Olimpia43

19 Gennaio Gen 2013 1210 19 gennaio 2013

Armstrong, quello che i campioni (caduti) non dicono

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Lance Armstrong e Oprah Winfrey (©GettyImages)



Quattro ore di intervista divise in due puntate. Quattro sì, netti e decisi, dopo anni di no. La verità, o almeno una parte di essa, dopo un decennio abbondante di bugie spudorate. La confessione di Lance Armstrong a Oprah Winfrey spazza via quello che restava di un grande campione, fa a pezzi un uomo che era diventato simbolo di forza e resistenza, ma non illumina il buio che ormai da troppo tempo avvolge il ciclismo e lo sport più in generale.

Che Armstrong, il campione che ha sconfitto il cancro prima degli avversari sulle strade del Tour de France, fosse il più forte della sua epoca, resta ancora altissimamente probabile. Ingenuo e naif sarebbe credere che fosse lui la mela marcia di un sistema pulito. L'ha ripetuto a Oprah Winfrey: «Non è possibile vincere sette Tour de France di fila senza l'Epo». E ancora: «Era naturale, parte del mio lavoro, come mettere l'aria nelle gomme o l'acqua nelle borracce». E non era così solo per lui. L'ha detto anche Tyler Hamilton, suo ex compagno e amico, diventato poi accusatore chiave nella battaglia dell'Usada contro il Cowboy di Dallas: «Lo facevamo tutti, e se non lo facevi era difficile anche solo restare col gruppo in pianura».

Armstrong era il più forte ciclista dopato in un mondo di ciclisti dopati. L'ha detto anche Jan Ullrich, suo storico rivale, quando ha affermato che non avrebbe mai accettato di prendersi le vittorie di Lance: «Ero dopato anche io, perché dovrei prendermi meriti che non ho avuto? Lui mi ha battuto perché era meglio di me». È bene ricordarlo, non tanto per non fare torto al campione che è stato, ma per evitare di pensare che aver denudato il re possa equivalere a sconfiggere il doping. Non è così. Il doping, nello sport, è sistemico. Si comincia fin da ragazzini, fin dalle categorie giovanili, si finisce a 50 o 60 anni, tra i master. È un fatto culturale e sociale, non una debolezza individuale. E dietro alla macchina ci sono allenatori, preparatori atletici, medici. Non pochi individui senza scrupoli, ma una grande moltitudine convinta che «o si fa così, oppure non si va avanti».

Questo cambio di prospettiva è fondamentale per un approccio concreto al doping. Guardate e riguardate le lacrime di Alex Schwazer dell'estate scorsa, sono quelle di un uomo che è più vittima che carnefice, vittima di un sistema che ti costringe a vincere, che ti abbandona appena fallisci, e in cui il meno furbo viene divorato. Lo sport di fatica è così: alimenta la voglia di scorciatoie per arrivare al successo, e quando comincia a farlo uno lo fanno due, poi tre, poi 10, quindi 100 e mille. La controcultura del doping si può solo sconfiggere con la cultura dell'onestà. Fate vedere ai bambini quella parte dell'intervista con Oprah Winfrey in cui le lacrime appaiono sul volto di Lance Armstrong, non appena nomina il figlio Luke e ricorda quanto difficile è stato dirgli la verità, così come per Alex lo era stato raccontarla a Carolina. Spiegategli che un oro conquistato oggi con l'inganno può significare un tremendo peso sulla coscienza domani. Solo così si può sperare di sconfiggere il doping, non andando a pescare uno a uno i colpevoli, mettendoli alla gogna, additandoli come unici responsabili.

Allora, Lance, tu che hai confessato perché ormai mentire non aveva più senso, perché ormai il trucco era stato svelato, scoperchia il tuo vaso di Pandora. Chi ti ha aiutato in tutti questi anni, chi ha coperto le tue colpe, come hai fatto a farcela sotto il naso. No, non puoi aver fatto tutto da solo, ci dispiace ma non ci crediamo. Il tempo per chiedere scusa agli ex compagni che hai minacciato perché stessero zitti ce l'hai, nessuno può morire senza aver avuto la possibilità di guadagnarsi il perdono. Ora però raccontaci la verità, meriti di essere puniti, ma non «la pena di morte», non l'oblio in un mondo in cui, chi ha semplicemente sempre fatto come te, «a volte si è preso sei mesi di squalifica». Ora però raccontaci la verità, e raccontacela tutta.



(Leggi il resoconto della prima parte dell'intervista e quello della seconda)

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