Osservatorio Berlino

31 Marzo Mar 2017 1442 31 marzo 2017

HAYIR: LE SPERANZE DEL NO IN TURCHIA

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Il no al referendum, spiega l'attivista Erkin Erdoğan, riporterebbe la Turchia sui binari della democrazia.

Erkin Erdoğan è a capo della sezione berlinese dell'HDP, principale partito di sinistra in Turchia, che a Berlino ha aperto i suoi uffici nel 2013 e sta conducendo un’attiva campagna per il NO al referendum del 16 aprile. La vittoria del SI apporterebbe cambiamenti alla costituzione turca, accentrando ulteriormente il potere nelle mani di Recep Tayyp Erdoğan e del suo partito, l’AKP.

Erkin è sulla quarantina, brizzolato, dai penetranti occhi nocciola. Arriva al bar dove ci siamo dati appuntamento con qualche minuto di ritardo e un gran sorriso. Impossibile non restituirlo: la sua affabilità conquista tutti. Quando gli chiedo di parlarmi dell'ascesa dell'altro Erdoğan, il suo labbro inferiore trema per un istante, ma poi, serio e sereno, inizia a raccontare.

L’AKP è nato nel 1997 dalla scissione del partito Refah Partisi, che in inglese suonerebbe Welfare Party. Con Erdoğan al comando, ha vinto le elezioni nel 2003 e nei suoi primi anni di potere ha favorito la crescita e l’istruzione, migliorato le infrastrutture, posto fine alla discriminazione dei musulmani e stabilito rapporti amichevoli con i paesi occidentali. Negli anni, però, il regime è diventato sempre più oppressivo. Tra il 28 e il 30 maggio 2013, i giorni di Gezi Park, esplosero dimostrazioni in tutta la Turchia: nata da un parco di Istanbul, la protesta era diventata una ribellione di massa. La risposta del governo fu brutale, ma la stretta era già in atto da prima, almeno dal 2011, quando Erdoğan trionfò di nuovo nelle elezioni parlamentari.

A che cosa fu dovuta?

Erdoğan era riuscito ad accentrare il potere disfandosi delle forze kemaliste, ispirate dal fondatore della repubblica turca, Mustafa Kemal, e incarnate dai militari. Le forze armate sono state per anni garanti della professata laicità dello stato e sedicenti custodi della democrazia: hanno organizzato un golpe ogni volta che sentivano minacciati i principi kemalisti e il loro stesso potere. Erdoğan ha sconfitto la giunta militare con l’aiuto di Fetullah Gülen, l’imam che in Turchia aveva un’influenza enorme e per un certo periodo fu vicinissimo al primo ministro. Dalle dershane, scuole di formazione guleniste, uscivano i funzionari statali che avrebbero ricoperto ruoli chiave nella burocrazia e nell’amministrazione. Erdoğan e Gülen si erano uniti per indebolire lo Stato kemalista; quando ci sono riusciti, è iniziato lo scontro tra loro.

Il mondo era troppo piccolo per tutti e due.

La Turchia di sicuro. Gülen voleva eliminare Erdoğan a colpi di inchieste giudiziarie e per questo nel 2013 denunciò la corruzione ai più alti livelli dello stato. Il suo avversario rispose con misure durissime, volte a epurare gli apparati statali dai gulenisti. La repressione che ha seguito Il colpo di stato del 15 luglio scorso era già in atto. Il golpe fallito ha solo fornito a Erdoğan l’occasione di un nuovo giro di vite per annientare gli oppositori rimasti, gulenisti o militari che fossero.

E quando c’è riuscito ha organizzato il referendum.

Era il momento propizio. Erdoğan ventilava da tempo l’ipotesi di instaurare un regime presidenziale, con lui stesso al comando. Il golpe fallito è stato senz’altro una spinta in questa direzione.

A volte sembra che il potere gli abbia dato alla testa. Le sue dichiarazioni suonano deliranti: pensiamo ai suoi ultimi attacchi ai paesi europei. A che scopo sfiorare la crisi diplomatica con l’Olanda e sbraitare contro i tedeschi sul nazismo?

Si tratta di una lucida pazzia, guidata da un piano politico. La base favorevole al sì nel referendum non è ampissima: nell’AKP stanno nascendo delle spaccature, il che porterà persino membri del partito a votare contro Erdoğan. Gli ultimi sondaggi danno il NO in testa al 52%. Erdoğan è preoccupato e sta cercando di racimolare voti nelle file del partito fascista, l’MHP, che ha apprezzato le sue uscite. Mira anche a conquistare i residenti all’estero.

Che si sentirebbero più turchi per gli attacchi ai loro paesi d’adozione?

In Germania vivono 1.4 milioni di cittadini turchi; se contiamo quelli con doppia cittadinanza, il numero sale a circa 5 milioni. Molti di loro appartengono alla classe rurale conservatrice, la base elettorale di Erdoğan. Ma anche chi non simpatizza per lui, spesso non si sente tedesco. La cosiddetta “integrazione” non è mai davvero avvenuta: più che diventare una componente della società, la diaspora turca ha creato una società parallela. In uno scontro diplomatico tra Berlino e Istanbul, i turchi di Germania parteggerebbe per la Turchia. Se i loro diritti fossero a rischio, riporrebbero la loro fiducia in Erdoğan, non in Merkel.

I turchi di Berlino voteranno sì?

Nelle elezioni del 2015 l’AKP ha guadagnato il 60% dei voti in Germania, ma il 50% a Berlino. Questa città è una sorta di roccaforte progressista, dove risiede il 10% dei cittadini turchi presenti nel paese, 140.000 turchi con diritto di voto. Indubbiamente molti voteranno sì: anche l’AKP sta facendo campagna, soprattutto nelle moschee. Ma qualcosa si sta muovendo a sinistra, l’HDP alle ultime elezioni ha registrato il 14% in Turchia e il 20% qui. Noi speriamo che la tendenza positiva continui e cerchiamo di coinvolgere soprattutto gli indecisi, che non sono pochi. Un volantino con la scritta HAYIR (no, n.d.a.) può fare la differenza.

L’HDP ha speranze di competere con l’AKP in futuro?

Io mi auguro di sì. Per anni i movimenti di opposizione sono stati tabù in Turchia, ma ora stanno raccogliendo le forze e acquisendo consapevolezza. Molto dipenderà dal risultato del referendum: il no sarebbe uno smacco per Erdoğan e alimenterebbe le spaccature del suo partito, che ne uscirebbe indebolito. Al contempo, la sinistra potrebbe guadagnare slancio verso un’autentica esperienza democratica.

E se vincesse il sì?

L’AKP si sentirebbe galvanizzato, anche se sarebbe la legalizzazione di una situazione di fatto. Uno dei punti chiave del referendum stabilisce che il presidente non dovrà più essere super partes, ma potrà dichiarare l’affiliazione al partito. Per questo le schermaglie con l’Olanda e la Germania: Erdoğan ha incaricato i propri ministri di fare campagna per il sì al referendum, ma le ambasciate turche all’estero dovrebbero occuparsi di relazioni diplomatiche e non di politica. Il comportamento di Erdoğan viola la costituzione attuale: lui non potrebbe fare campagna. Ma tutti sanno che è di fatto il capo dell’AKP e non si sta dando grande pensiero per nasconderlo. Se il sì vincesse, l’opposizione sarebbe molto abbattuta. Non voglio pensare che succederà.

Erkin mi sorride, ma la sua preoccupazione è palpabile. Ci alziamo, paghiamo, ci stringiamo la mano. Alla metropolitana lo guardo allontanarsi, zaino in spalla, verso un nuovo incontro di protesta.

Erkin Erdoğan, co-leader della sezione berlinese dell'HDP

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