Osservatorio Berlino

5 Maggio Mag 2017 0813 05 maggio 2017

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI TEDESCO

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I valori tedeschi, sostiene Thomas de Maizière, devono essere fatti propri dagli immigrati. Ma quali sono? La lista del ministro fa discutere.

Chi siamo? Chi vogliamo essere? Così si apre l’intervento del ministro dell’interno tedesco Thomas de Maizière, pubblicato il 30 aprile sulla rivista Bild am Sonntag. Dopo aver rimarcato l’importanza di definire “che cosa ci unisce nel profondo, che cosa ci differenzia dagli altri”, de Maizière illustra in dieci tesi altrettante regole e abitudini in cui ogni cittadino tedesco si riconoscerebbe, per osservare, in chiusura, l’importanza per gli immigrati di accogliere tali principi, pena il fallimento dell’integrazione. Lo scopo dichiarato è riaccendere il dibattito sulla Leitkultur (letteralmente: cultura di fondo, di base) tedesca. Quello non dichiarato potrebbe essere convincere i potenziali elettori dall’Afd che anche la CDU, partito cui il ministro appartiene, ha a cuore i valori nazionali.

Il tema identitario, legato a doppio filo con l’immigrazione, è stato al centro delle maggiori campagne elettorali recenti. In Germania, dove esiste una parola per tutto, è espresso da un termine intraducibile: Leitkultur. Introdotto dal politologo Bassam Tibi nel 1998, indica i valori fondamentali di una particolare società, non necessariamente scritti nella costituzione, sui quali dovrebbe esistere un consenso tra i cittadini di tale società e gli immigrati che vogliono accedervi. Tibi è uno studioso tedesco di origini siriane, che ha più volte criticato la politica migratoria adottata dalla Germania, giudicandola naive e poco lungimirante. Per rendere possibile l’integrazione degli immigrati non basta accoglierli materialmente: è necessario favorire un processo culturale. A ogni identità, argomenta Tibi, corrisponde una Leitkultur, che i nuovi arrivati devono abbracciare per fare davvero parte del nuovo paese. Lo stesso Tibi suggerisce i valori fondamentali di una Leitkultur europea, tra cui rientrerebbero democrazia, tolleranza e rispetto dei diritti umani.

Anche il presidente del Bundestag Norbert Lammert aveva sostenuto nel 2005 l’esistenza di una Leitkultur a livello europeo, che garantirebbe un senso di identità in una società irresistibilmente multiculturale:

«Se l’Europa deve proteggere le singole identità nazionali e al tempo stesso permettere lo sviluppo di un’identità collettiva, è necessaria una precisa idea politica, una base comune di valori e convinzioni. Tale idea poggia necessariamente su comuni radici culturali, sulla comune storia, le comuni tradizioni religiose».

Dagli anni Duemila il concetto di Leitkultur è stato usato non solo per riflettere sull’Europa, ma per definire l’identità nazionale tedesca in contrapposizione al multiculturalismo. Non sono mancate strumentalizzazioni politiche. Nel 2016 la CDU e la CSU hanno tentato di arginare l’emorragia di voti verso l’Afd con un pamphlet dal titolo Aufruf zu einer Leit - und Rahmenkultur, traducibile all’incirca con Appello a una cultura fondamentale. Qui la Leitkultur viene descritta come “fondamento del nostro vivere insieme” e tra i suoi valori sono inclusi non solo “patria e patriottismo”, ma lingua, inno e bandiera nazionale.

A pochi giorni dal rinnovo del parlamento in alcuni Länder (Schleswig-Holstein il 7 maggio, Renania-Westfalia il 14 maggio) e pochi mesi dalle elezioni del Bundestag, le dieci tesi di de Maizière sembrano ripercorrere la strategia. La prima tesi, che molti giornali tedeschi trovano discutibile, suona così:

«[…] Diciamo i nostri nomi. Ci stringiamo la mano quando ci salutiamo. Alle dimostrazioni vige il divieto di camuffamento. “Mostrare il viso” - questa è espressione del nostro atteggiamento democratico. Nella vita quotidiana ci interessa se il nostro interlocutore ha un’espressione triste o contenta. Mostriamo il nostro viso. Non siamo Burka».

Wir sind nicht Burka. De Maizière tranquillizza subito amanti e simpatizzanti dell’islamofobia, mettendo in chiaro che il velo integrale non ha spazio nella cultura tedesca. Goethe e Bach avrebbero forse da ridire se il primo posto della loro Leitkultur fosse riservato a un compendio di bon ton, ma del resto hanno conquistato almeno la quinta posizione:

«Poche terre sono ricche di cultura e filosofia come la Germania. La Germania ha avuto una grande influenza sullo sviluppo culturale di tutto il mondo. Bach e Goethe “appartengono” a tutto il mondo ed erano tedeschi».

L’orgoglio tedesco è una costante nelle tesi del ministro. A suo avviso, è radicato nei tedeschi essere fieri della propria produttività (che avrebbe “portato il benessere”), fieri del proprio paese, della bandiera e dell’inno nazionale e perciò “patrioti illuminati” (le brutte cose successe sono passate, “vorbei”), fieri persino della squadra di calcio. La NATO “protegge la nostra libertà” e l’America è “il nostro amico extraeuropeo più importante”. I tedeschi sono naturalmente anche “europei” e gli interessi della patria sono spesso “protetti e realizzati attraverso l’Europa nel migliore dei modi. Al contrario, un’Europa senza Germania non potrebbe prosperare”. Irritante, ma lucido.

Anche la religione trova spazio nel decalogo di De Maizière, anche se, per quanto cerchi di non sminuirne l’importanza, addirittura asserendo che il paese è christlich geprägt, impregnato di religione, non riesce a nascondere che il cristianesimo è ormai più una ricorrenza sociale, con i “giorni di festa che scandiscono il ritmo dell’anno”.

In questo miscuglio di galateo, sviolinate patriottiche e astuzie strategiche non tutti i tedeschi si riconoscono. Ma lo scopo, in fondo, è quello di suscitare un dibattito. Per quanto il discorso sia poco fine, spesso confuso e a tratti grottesco, la domanda a cui De Maizière cerca di rispondere è fondamentale. Chi siamo, chi vogliamo essere? Una domanda difficile, che non ci si pone troppo spesso, ma che riaffiora nell’incontro con il diverso, nella scoperta di qualcosa in cui non ci si riconosce. Non trovando una risposta positiva è facile definirsi per negazione: non siamo burqa. La paura di perdere un’identità mai davvero acquisita (se davvero esistesse non servirebbe affannarsi tanto nel cercarla) spinge a un traballante senso di superiorità.

Lo scopo della Leitkultur era, nelle intenzioni del suo maggior teorico, lontano dai calcoli elettorali come dall’esaltazione della patria. Per Bassan Tibi, l’identità non dipendeva solo dall'etnia, ma poteva essere conquistata abbracciando concetti profondi, ben più importanti dell’inno nazionale o delle regole da osservare in società. Conquistata, non solo dagli immigrati, ma anche e anzi in primis dai cittadini stessi.

Thomas de Maizière, ministro dell'interno tedesco e autore delle tesi

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