Osservatorio Berlino

4 Agosto Ago 2017 1228 04 agosto 2017

LA SICUREZZA FA SENTIRE MEGLIO, MA ANCHE NO.

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A Berlino si sperimentano telecamere sofisticate tarate sul volto. Contro il terrorismo, si dice; il progetto solleva però qualche preoccupazione.

È partito martedì due agosto il progetto pilota che prevede l’installazione nella stazione della S-bahn di Südkreuz, a Berlino, di telecamere in grado di analizzare e riconoscere il volto dei passanti. Questa misura dovrebbe permettere, nelle intenzioni del ministro dell’interno de Maizière, di prevenire crimini e attacchi terroristici, comunicando alle autorità la presenza di persone i cui tratti coincidano con foto di sospetti acquisite dal sistema. La S-bahn è il treno di superficie i cui binari tagliano e circondano Berlino, facilitando gli spostamenti nella grande città. Le telecamere speciali sono presenti, al momento, solo nella stazione di Südkreuz, dove resteranno per un periodo di prova di sei mesi. Questo lasso di tempo serve per testarne le potenzialità tecniche (per esempio se siano in grado di riconoscere volti coperti da sciarpe o berretti) per poi decidere dove e come utilizzarle. Non tutti dovranno sottoporsi alla scansione: solo 300 pendolari volontari calpesteranno il tracciato blu e bianco che evidenzia il raggio d’azione degli apparecchi. In cambio riceveranno un buono di 25€ spendibile su Amazon, pegno della riconoscenza del governo tedesco.

C’è chi mette in luce rischi e limiti del progetto. Secondo Christopher Lauer, membro dell’SPD e già esperto di protezione dei dati, “c’è una vera fissazione per inutili tecniche di sorveglianza. Secondo questa logica, Londra dovrebbe essere la città più sicura del mondo. Non lo è”. Londra, con oltre due milioni di telecamere, detiene il primato di città più sorvegliata al mondo. Secondo la Deutsche Anwaltverein la misura viola i diritti fondamentali, mentre avvocati e legali mettono in guardia contro il rischio di uso improprio degli apparecchi: tutti, anche i passanti privi di trascorsi, verranno monitorati. In teoria si potrebbero tracciare i movimenti di ognuno.

Eppure i Berlinesi non sembrano infastiditi: dopo l’attentato di Breitscheidplatz il 60% si sarebbe detto favorevole a una maggiore sorveglianza tramite telecamere. Dopo il recente attacco ad Amburgo, è più probabile che molti vedano di buon occhio misure simili. Un commentatore osserva sul Tagesspiegel che le telecamere fanno sentire più sicuri, dando così per scontato che ci si debba sentire insicuri o impauriti mettendo piede in una stazione: esattamente l’atteggiamento che media e governanti dovrebbero scoraggiare. “Davvero qualcuno pensa”, continua, “che persone che lasciano ogni giorno tracce evidenti su apparecchi digitali adesso hanno problemi a venire per caso investite dal raggio di una telecamera?”.

Di fatto, queste tracce evidenti non sempre sono volontarie e consapevoli; la leggerezza con cui lasciamo che la nostra privacy sia violata non è una decisione. Se quando Google, con molto tatto, ci avverte che “questo sito utilizza cookies, se continui a utilizzare questo sito assumiamo che tu ne sia felice” clicchiamo “ok” senza pensarci due volte, probabilmente è perché vogliamo continuare a navigare in pace, non perché abbiamo ponderato l’importanza dei nostri dati. La scarsa considerazione che mostriamo per il valore delle nostre informazioni in rete dovrebbe semmai essere un argomento contrario a muovere il prossimo passo: quello in cui è il nostro corpo a essere sotto controllo. La tiritera “tanto non ho niente da nascondere” è vigliacca e fuorviante. Se una persona mostra disagio quando le frugano il telefono, la borsa o la faccia, difficilmente è perché è imbottita di tritolo o riviste porno. Rifiutare di condividere le informazioni personali significa rivendicare un proprio diritto: quello alla riservatezza.

Le telecamere sono inutili contro il terrorismo, perché tentano - invano - di controllarne le conseguenze, anziché intervenire sulle sue cause. L’unico modo di evitare gli attentati con questo metodo sarebbe monitorare costantemente ogni abitante della Terra. Passare al vaglio le fattezze dei passeggeri della stazione di Südkreuz è un inizio, ma continuare su questa strada non è auspicabile. Le misure che sacrificano la privacy per la sicurezza, lungi dal soffocare la violenza, aumentano piuttosto la tensione, la xenofobia e il sospetto di cui si alimenta il fenomeno che vorrebbero sconfiggere. “Non voglio essere sorvegliato. Voglio la mia libertà” ha detto un uomo alla polizia, passando dalla stazione di Südkreuz. La libertà di non farci scandagliare il viso, se non vogliamo; ma anche la libertà di attraversare un luogo pubblico senza la paura che da un momento all’altro scoppi una bomba.

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