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24 Settembre Set 2012 1540 24 settembre 2012

In nome dello Zio, perché per capire bisogna ridere

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Se hai paura di qualcosa, trovaci qualcosa di ridicolo.



Lo sostenevano i miei genitori quando ero piccola. Hai paura del buio? Trovaci qualcosa che ti faccia ridere. No posso dire che abbia proprio funzionato con Dracula, in verità, almeno finché non ne ho visto qualche parodia (c’era un cartone animato, mi pare) che me l’ha fatto vedere più come un arzillo vecchietto con qualche problema che come un mostro sanguinario. E allora ho imparato a riderne, e quando ridi ogni cosa perde quell’aura di sacralità che circonda ciò che ti terrorizza.

La storiella dell’imparare a ridere delle cose che fanno paura mi è tornata in mente qualche giorno fa, quando ho iniziato a leggere “In nome dello Zio”, del bravo collega napoletano Stefano Piedimonte.

Stefano, che è uno che sa cosa significa andarsene via da un posto con l’odore del sangue nella suola delle scarpe e quell’indistinta sensazione di disagio in fondo allo stomaco, ha scritto un libro sulla camorra. Diverso dagli altri, a mio modesto parere.

Ecco, io vi dico che se volete capire la camorra, dovreste leggere questo libro, ridere dello Zio e poi precipitarvi in emeroteca e leggere una trentina d’anni di cronache cittadine. Non perché la camorra faccia ridere. Ma perché dovete smitizzarla prima di avvicinarvi alle storie di boss, soldi, traffici e potere che ve la possono presentare come un eroe al contrario, spaventosa e maestosa allo stesso tempo, e comunque affascinante. Prima di avvicinarvi al sangue che scorre a Scampia dovete capire che i boss sono uomini, con i loro vizi patetici come tutti gli altri. Sono uomini come i poliziotti, e come i giornalisti. Che, pure loro, non sempre sono eroi, ma non per questo non sono umani.

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