Papà 24/7

27 Giugno Giu 2013 1635 27 giugno 2013

Il senso di un bambino per il rugby

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Il rugby mi ha sempre appassionato come sport. Sarà che non ho le ossa grandi e che invidio un po’ quelli corpulenti che si scontrano e non si fanno (quasi) mai male… Mi piace per quello che rappresenta, ultimo sport di lotta collettiva rimasto: corri insieme agli altri, devi guardarti indietro, avere sempre qualcuno al tuo fianco o accompagnare sempre un compagno, devi essere leale. Il rugby è come la vita dovrebbe essere, a differenza del calcio che invece è come la vita è nella realtà.

Nel rugby vince sempre il più forte, e vince meritando perché gioca di squadra e coopera. Nel calcio, come nella vita, può vincere il più fortunato, può vincere uno che non meritava, si può vincere per meriti, per caso, per gioco di squadra o follia individuale, come per un furto palese.

E’ per questo che penso che il rugby sia uno sport buono per un bambino. Non è una garanzia in termini educativi, sia chiaro: gli speculatori della finanza anglosassone hanno tutti giocato a rugby da piccoli, e questo non ha impedito loro di diventare avidi arraffoni di futuri altrui. Però, d’istinto, sarei più contento se mio figlio giocasse a rugby che a calcio, per intenderci.

In ogni caso non sono un papà che vuole imporre lo sport ai figli. Vedremo cosa vorranno fare. L’altro giorno tuttavia ho assistito a una scena che mi ha intenerito. Quasi commosso. Ai giardini mio figlio di 4 anni stava giocando a calcio con un suo compagno di asilo che era la metà di lui. Giocava si fa per dire: il nanetto correva con la palla incollata ai piedi, come un piccolo Maradona. E mio figlio la palla non riusciva né a vederla né a toccarla. Niente, non c’era niente da fare. Il piccolo Maradona-Ronaldo-Pirlo-Neymar sembrava un fenomeno rispetto a mio figlio, che pure correndo allegro lo sovrastava fisicamente. E’ andata avanti per un po’. Poi, dopo 10 minuti di insopportabile sofferenza per il sottoscritto, mio figlio ha preso la palla con le mani, se l’è messa sotto l’ascella e guardando il suo amichetto gli ha detto sorridendo: “Adesso giochiamo a REBBIG”. E si è messo a correre veloce, voltandosi indietro ogni tanto.

Quello che sarà, sarà

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