Papà 24/7

12 Agosto Ago 2013 1644 12 agosto 2013

Omofobi, bulli e avvoltoi

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Uno degli incubi peggiori da quando sono padre è quello di fare la fine dello "Svedese" di Pastorale americana, il capolavoro di Philip Roth. Impossibile riassumerlo in poche righe, chi non l'ha letto lo faccia il prima possibile, ma intanto si immagini cosa può essere per un padre trovarsi una figlia che diventa terrorista, uccide innocenti, scompare, ti ricatta, si converte al giainismo, e con la quale non hai più alcuna possibilità di comunicazione, e lei neanche si degna di dirti il perché.
In queste ore penso al dolore di quei genitori il cui figlio di 14 anni si è ucciso e del quale si dice che la ragione di tale gesto sia dovuta alla scoperta della sua omosessualità e, sembra, al fatto che per questo venisse isolato dai compagni, e che temesse anche il giudizio dei familiari. Da padre mi immedesimo nella tragedia di un figlio fragile che se ne va così e non riesco a trattenere una smorfia nell'osservare la messa in moto automatica della macchina di commenti che ora trova una nuova occasione per reclamare al più presto una legge contro l'omofobia. Perché, si argomenta, salverebbe la vita a tanti ragazzi.
Non sono uno psicologo, ho figli ancora piccoli, ma non credo che funzioni così. Non penso che portare tra gli adolescenti l'idea di poter pagare per atteggiamenti ostili legati alla presunta omosessualità dei compagni e degli amici, così come il risultato dell'accettazione diffusa dei gay - obiettivi peraltro che hanno la loro ragione - possa essere un modo per eliminare il problema della fragilità tra gli adolescenti, limitare il bullismo, abbattere la solitudine e abbassare il tasso di suicidi tra i minorenni.
A monte di un gesto così estremo in un ragazzo così giovane non c'è solo la difficoltà nella relazione con i coetanei, c'è probabilmente anche il timore di interpretare e gestire la possibile reazione familiare. Intendo dire che una cosa è accettare, accogliere, capire, far sentire perfettamente a suo agio e nel gruppo, oltre che a casa, un ragazzo, un figlio, che si dice omosessuale; un'altra introdurre una legge per punire e sanzionare idee, opinioni o comportamenti omofobi.
Mi sembrano due percorsi distinti, e che è giusto tenere separati se si vogliono affrontare nel modo corretto e più efficace entrambi i problemi. Come si dovrebbe agire in questo caso, ad esempio? Processare i coetanei 14enni? Punire gli insegnanti? Colpevolizzare i genitori che non lo hanno capito?
La mia sensazione è che il problema di fondo sia la fragilità degli adolescenti. Di molti adolescenti oggi. E, al contempo, l'atteggiamento di alcuni a isolare o deridere i più deboli. Dunque siamo sicuri che quando l'omosessualità non sarà più considerata un problema, i ragazzi smetteranno di fare i bulli? Non credo. Il problema del bullismo è altrove, in genitori che non sono mai nati veramente come padri e madri, che hanno abdicato alla funzione genitoriale perché troppo presi con i loro affari o impegnati a pontificare per salotti sulle vite degli altri, o all'estremo opposto difensori e protettori arroganti delle prerogative e della superiorità della propria genìa, ma i cui figli sono lasciati soli di fronte al bisogno di darsi dei limiti, formati a essere prevaricatori e violenti, incapaci di amare gli altri anche se diversi, bisognosi di conferme alla proprie debolezze più profonde nello schiacciare quelli più piccoli. Ragazzi che diventeranno grandi e continueranno a essere così: a volere ogni cosa per sé, niente che non sia perfetto, pronti a sacrificare tutto quello che non è esattamente come loro o ha anche solo una diversità di funzionamento. Adulti-monadi incapaci di costruire una vera relazione con l'altro, derubati sin da piccoli dell'abilità di volere bene a un essere umano in quanto totalmente diverso e forse pure complementare, analfabeti del dono di sé.
Così se non sarà l'omosessualità, sarà la statura, sarà la bontà d'animo, sarà un difetto genetico, sarà una maglietta da sfigato a giustificare l'isolamento di un compagno, sarà il fatto che non ha il gadget del momento, sarà che quel ragazzo è meno di compagnia degli altri, oppure non compie furtarelli con gli amici, o magari la domenica - poveretto, che bamba - va a Messa con i genitori e i fratelli.
Non ho alcuna intenzione di contrastare le ragioni di chi cerca con serenità e desiderio di giustizia di eliminare ogni possibilità di procurare sofferenze a una persona gay. Semplicemente credo che il problema di un ragazzo che si suicida a 14 anni non trovi soluzione in una legge, tantomeno in quella sull'omofobia. E che dunque ogni strumentalizzazione su questo caso sia del tutto fuori luogo. Oltre che irrispettosa.
Ho provato molto dolore nel leggere questa notizia, pensando da genitore anche a quei genitori, ho una terribile paura di commettere errori e ho avvertito un certo fastidio nel vedere quanti hanno immediatamente colto l'occasione - quale meravigliosa occasione! - per rilanciare le proprie battaglie politiche. Magari è quello che avrebbe voluto quel ragazzo, magari no. Ma non credo che sia il primo argomento che viene in mente a un papà o a una mamma, quando si legge una notizia di questo tipo.
Forse certe dichiarazioni-fotocopia si dovrebbe avere la decenza di rilasciarle per altri fatti e altre circostanze. Forse, se si è veramente così sensibili, così di animo dolce e attento, se si è mai stati veramente vittime di una catena di soprusi o atti di bullismo, forse si dovrebbe avere l'intelligenza emotiva per capire che l'ossessione a impacchettare gli esseri umani in categorie protette può anche scatenare reazioni impreviste, e che il totem del vittimismo può diventare un alibi potentissimo per chi cerca una giustificazione al proprio dolore infinito, una ragione pubblica e indiscutibilmente valida per dire basta alla propria solitudine e farla finita.

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