Papà 24/7

6 Settembre Set 2013 1805 06 settembre 2013

La favola di Kakà raccontata ai bambini

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Sono milanista, nessuno è perfetto. L’altro giorno stavo guardando SkySport24 sdraiato sul divano, mentre i bambini giocavano tranquilli (circostanza, questa, del tutto eccezionale) in salotto. Mi godevo il collegamento con Milanello e i primi allenamenti di Kakà, tornato al Milan dopo 4 anni passati in Spagna al Real Madrid. Lo confesso: guardando quelle immagini in diretta, mixate con alcune azioni di repertorio degli anni di Kakà al Milan, trattenevo a fatica l’emozione. Come molti tifosi della mia squadra, immagino.

Breve spiegazione del perché ne parlo qui. Kakà è arrivato al Milan nel 2003. Aveva 21 anni ed è apparso immediatamente a tutti come un vero campione e un predestinato. In pochi anni ha vinto tutto: Scudetto, Champions, Supercoppa europea, Supercoppa italiana, Coppa del mondo, Mondiale, Pallone d’oro. Molte di quelle vittorie le ho viste e vissute tenendo neonati in braccio e camminando per la sala davanti alla tv. Nel 2009 Kakà è stato venduto al Real Madrid. Oggi, dopo 4 stagioni sottotono in Spagna, è tornato al Milan e sta vestendo i panni del figliol prodigo.

Ecco, mentre ero immerso in questo delirio familiar-calcistico, a un certo punto mia figlia di 6 anni, sentendo nominare questo nome in continuazione in tv - suono che probabilmente le ha rievocato qualche lontana reminiscenza, una parola percepita quando ancora se ne stava nella pancia della mamma, un grido ricorrente ascoltato più e più volte da neonata - mi ha chiesto: papà, ma chi è Kakà?

Ok. Ho silenziato la televisione con un gesto preciso, mi sono alzato dalla posizione del padre stanco, steso e affossato nel divano, mi sono messo seduto composto, e ho incominciato a spiegare ai miei tre figli under 6 anni la breve storia di Kakà al Milan. Questo è, più o meno, il racconto che ho fatto loro.

Bambini, allora, Kakà è un giocatore di calcio brasiliano. E’ un giocatore molto forte, uno veramente speciale. Quando è arrivato in Italia per giocare nel Milan tutti hanno capito subito che era un campione. Uno dei più forti al mondo. Quando giocava sembrava che fosse illuminato da una luce magica. Queste cose succedono quando una persona ha un dono speciale ed è una delle più brave a fare una certa cosa. Tutti noi abbiamo ricevuto un dono, si dice anche talento, ma non sempre è facile capire quale. Però quando lo abbiamo scoperto, e mettiamo tutto il cuore e tutte le nostre forze per fare quella cosa, siamo più contenti. E anche quelli attorno a noi e che ci vedono stanno meglio. Kakà era un giocatore quasi magico. Giocava e vinceva, giocava e vinceva. Venivano a vederlo da tutta la Terra. E’ diventato famosissimo. Poi un giorno un Re (il Real, nda) lo ha visto e lo ha voluto portare a giocare nel suo regno. Gli ha offerto un sacco di soldi, una montagna di soldi, una grande casa e tante pietre preziose. E lui alla fine ci è andato. Però quando ha incominciato a giocare in questo regno, che si trova in Spagna, non ha più giocato tanto bene. Non si sa bene perché, forse non era felice. Forse pensava che con tutti quei soldi poteva avere ancora di più di quello che aveva, e così ha dimenticato che la sua vera ricchezza era un’altra, che non si poteva comprare. Per quattro lunghi anni è stato triste, ha giocato poco, ha vinto pochissimo. E intanto il tempo passava e lui diventava più vecchio e più triste. Allora a un certo punto ha capito che forse era meglio tornare a casa, tornare in quel posto e con quelle persone dove era stato tanto contento e aveva giocato e vinto tanto. Ha anche capito che tutti i soldi di quel Re non erano così importanti. Adesso è ancora in Italia, sempre nella squadra che si chiama Milan. E tutti lo hanno accolto a braccia aperte, facendo una grande festa. Ora non si sa se è ancora forte come era una volta, se è ancora il migliore di tutti, perché è passato tanto tempo, e magari è più stanco. Però lui è tornato felice come una volta, come siete voi bambini quando giocate nel prato, vuole correre tanto e vincere tanto, e quelli che lo guardano tirare la palla sono anche loro contenti. Adesso poi, forse, potrà insegnare a tanti altri bimbi come si fa a giocare bene a calcio, ma soprattutto come si fa a non essere tristi. Sapete come? Bisogna fare meglio che si può la cosa che stiamo facendo, quella che più di tutte ci fa sentire speciali anche per gli altri, e non pensare ai soldi del Re.

Finito il mio racconto i bambini hanno passato una frazione di secondo in silenzio a guardarmi, e poi sono tornati alle loro occupazioni. Io, da grande - o meglio: da vecchio ed esperto di storie di vita, di calcio e di campioni - so bene una cosa: che il passato non torna. Ma so anche che la speranza non muore mai. E soprattutto che ogni tanto la realtà, con qualche piccolo trucco e qualche taglio qua e là, può diventare una bella fiaba da raccontare ai bambini piccoli e a quelli grandi come noi.

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