Papà 24/7

25 Ottobre Ott 2013 2228 25 ottobre 2013

Metti il nonno nell'Isee

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Da qualche tempo, complice la crisi e il taglio delle risorse a disposizione dei comuni, le amministrazioni locali per non intaccare le loro inefficienze hanno incominciato a ridurre i servizi alla popolazione e aumentare il costo degli stessi. Questo sarebbe anche giusto, se servisse a evitare sprechi. Il problema è che in genere è proprio lo spreco di risorse a giustificare gli aumenti.

Chi ha figli piccoli se ne è già reso conto. Le tariffe degli asili nido comunali, ad esempio, stanno decollando in molte parti d’Italia. Pur di mantenere i loro costosi servizi molti comuni hanno alzato al livello dei prezzi di mercato la retta massima per la frequenza al nido. Un controsenso, per un servizio pubblico. La stessa cosa sta avvenendo per la ristorazione scolastica: prezzi anche superiori al mercato per chi ha redditi più alti, per finanziare le tariffe più basse di coloro che guadagnano meno. Giusto. In linea di principio.

Il problema di fondo è che i comuni decidono chi è ricco e chi è povero in base alle dichiarazioni Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, che tiene conto di parametri come il patrimonio, il reddito lordo, la casa o (ma poco) il numero di figli.L’Isee, per legge, dovrebbe servire ad aiutare le fasce deboli ad accedere a servizi sociali, non a far pagare i servizi di più o di meno a chi guadagna un po’ di più o un po’ di meno. L’indicatore è altamente imperfetto. Ad esempio non pesa a sufficienza il numero dei figli: così succede che una coppia con due stipendi medi, diciamo da dipendenti pubblici non licenziabili, e un figlio solo, possa ottenere tariffe molto basse, mentre una famiglia monoreddito con un’entrata equivalente alla somma della coppia di prima, ma con un posto di lavoro non garantito e 3 figli a carico, più qualche risparmio, si trovi a dover pagare 3 rette massime.

Più che i casi specifici c’è però un principio di fondo di cui nessuno parla mai. Il fatto che il reddito in Italia non rappresenta proprio niente. Intendo dire, senza entrare nel tema drammatico dell’evasione fiscale che distrugge l’Isee e ogni discorso di equità, che a fare la vera differenza tra i genitori di bambini piccoli è sempre di più un fattore diverso dal reddito. Ed è la presenza o meno di genitori della coppia, il fatto che questi abbiano ricchezze proprie, soldi a disposizione di figli e nipoti, residenze in località di villeggiatura, proprietà o piccoli appartamenti messi a rendita, tempo da dedicare loro per accudire i nanetti. E’ una differenza sostanziale.

Una coppia oggi può tranquillamente vivere lavorando poco e guadagnando poco, ma condurre una vita soddisfacente per non dire appagante, e con tanto tempo libero, se i nonni sono presenti in modo decisivo. Invece una coppia sola, magari con più di un figlio, può arrivare a disperarsi nella solitudine di una grande città, in assenza di servizi di base per i bambini, e spendere vagoni di euro in baby sitter per le emergenze.

Il problema è che l’Isee, e i sindaci, tutto questo non lo calcolano. Martellano di tasse chi considerano ricco, sbandierando l’Indicatore come il vessillo della Giustizia sociale e della Redistribuzione. Graziano gli altri. In genere questo avviene, spiace dirlo, con giunte guidate da una certa sinistra (anche se la sinistra per fortuna non è tutta uguale) e sindaci tristi.

Personalmente ho due proposte per correggere questa evidente distorsione. La prima: mettiamo i nonni nell’Isee. La seconda: facciamo ancora più figli, infischiamocene, e lasciamo i sindaci al loro destino.

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