Papà 24/7

4 Febbraio Feb 2014 1843 04 febbraio 2014

Viva i locali no kids

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Sono totalmente d'accordo con i locali no kids, quelli che vietano l'accesso ai bambini. Non lo dico perché mi piace vivere in un mondo che crea aree riservate o isole protette, ma perché comprendo molto bene le ragioni di chi compie una scelta di questo tipo. Per come sta evolvendo la nostra società, i locali no kids sono inevitabili.

Nel post precedente avevo parlato del boom dei locali per famiglie che in realtà non accolgono le famiglie in sé, ma permettono ai genitori di affidare i bambini a qualcuno per concedere agli adulti un poco di pace. Per certi versi, i locali no kids sono parenti stretti di questi luoghi.

Tutto nasce dal fatto che i genitori di oggi sono sempre meno disposti a compiere rinunce con l’arrivo dei figli, mentre desiderano continuare a fare tutto quello che facevano prima. A qualunque costo.

Questo comporta da un lato che vi siano moltissime coppie impegnate nella ricerca di soluzioni di svago che permettano di essere godute senza occuparsi direttamente dei bambini; dall’altro che vi siano coppie che decidono comunque di svagarsi infischiandosene dei bambini che si portano dietro. Nel primo caso, dunque, ecco i locali con assistenti e clown per gestire i bimbi; nel secondo, ecco i locali invasi da bambini scalmanati e senza freni, felici e chiassosi come solo un cucciolo di uomo può essere se lasciato libero di dare sfogo al suo meraviglioso stato.

Ora, vivessimo nel fantastico regno delle famiglie, tutto potrebbe anche accomodarsi. Ma considerato che le società occidentali sono sempre più composte da persone sole o coppie senza figli, è naturale che di fronte all’espansione del fenomeno dei genitori no limits con prole al seguito, cresca anche l'esigenza di spazi nei quali si possa vivere tranquilli e in serenità senza dover fare i conti con i figli altrui.

Nessuno - né io né mia moglie, nemmeno se si tratta della nostra prole - può dire di essere felice di pranzare o cenare con qualcuno attorno che corre, grida, urta. Figurarsi se si tratta di figli di altri

E attenzione, non stiamo parlando di bambini consapevoli condotti a mangiare in tranquille e amichevoli trattorie di provincia, ma di trottole impazzite fatte entrare in ristoranti di classe a orari da segnalazione ai servizi sociali, di tornadi liberati in terme e/o Spa votate al relax degli ospiti, di bombe a mano caricate su voli intercontinentali, e via dicendo.

Io credo che i genitori abbiano il diritto di fare tutto ciò che desiderano con i loro figli. Il punto è che per vivere così devi saper vivere libero: pranzi al sacco, bagni nei torrenti, “cene” in alpeggio, notti in tenda… Mi spiace, ma i nanetti casinisti imborghesiti sono uno degli spettacoli più raccapriccianti che il declino della società occidentale abbia prodotto. Cioè: o il pupo sa stare a tavola, perché siamo stati capaci di insegnarglielo, oppure nisba, a cuccia! E ben vengano i locali no kids, se non abbiamo ancora capito cosa vuol dire essere genitori.

Detto questo, rimane in ogni caso qualcosa di triste nell'idea di una società che fatica sempre di più a sopportare chi è diverso da noi, che mal digerisce l’entropia della vita, che insegue la quiete e la pace escludendo qualcuno, e che lo fa proprio a partire dai bambini. In tutto questo non vi è esattamente un'immagine di serenità, di speranza, di futuro.

Ma è così che va il mondo, oggi. L’”altro” è sempre più difficile da gestire. Chi non ricalca le nostre attese, il nostro programma mentale o il nostro quadro interiore, diventa un problema. Non passiamo forse una vita a cercare la persona perfetta illudendoci che sia quella più uguale e simile a noi, salvo poi trovare l’amore vero – i pochi fortunati - nella persona più lontana da tutto quello che eravamo? Ed è in quel momento, se ci pensate, che incominciamo a vedere bambini attorno a noi. A non esserne più infastiditi. E a non avere più bisogno di portarli ovunque, in luoghi inutili e popolati da zombie, a qualunque ora.

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