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31 Marzo Mar 2015 1907 31 marzo 2015

Glen or Glenda?

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'Sono stato un uomo migliore con te, come donna, di quanto non sia mai stato, con le altre donne, come uomo'. Il finale di Tootsie, l'identità finalmente rivelata di Dorothy Michaels, è scritto a caratteri cubitali nella storia (non solo) del cinetravestitismo ed è forse la battuta più famosa del repertorio sconfinato di Dustin Hoffman, allora, erano i primi '80, all'apice del successo. Contemporaneamente un omaggio al passato recente - in particolare al Billy Wilder di A qualcuno piace caldo, dove Tony Curtis e Jack Lemmon si improvvisano musiciste pur di andare in tournée in Florida - e un ritorno alle origini dello spettacolo e al travestitismo come classico stereotipo da commedia.

'Hai visto quella... come si muove? Sembra fatta di gelatina. Pensa se mi dimenassi così io, mi perderei in mille pezzi. È inutile, è un sesso del tutto diverso'. A qualcuno piace caldo di Billy Wilder

Ma è l'uscita in sala dell'ultimo Ozon, Una nuova amica, ambiguo dramma familiare con Romain Duris en travesti, che di comico ha poco e niente, ad invitarci a ripercorrere brevemente la storia del travestitismo sul grande schermo. Partendo inevitabilmente dai corti di Roscoe Fatty Arbuckle (Il garzone di macelleria e Buonanotte, infermiera) e Charlie Chaplin (La signorina Charlot), che sommati non raggiungono le 6 bobine, ma segnano l'inizio di una nuova era cinematografica negli anni. Roba dell'anteguerra (la prima, ovviamente). Sarebbe ingeneroso, inoltre, non ricordare, almeno in queste occasioni, l'amore (al limite del feticismo) di Ed Wood per i golfini d'angora da donna, ampiamente documentato nel suo ormai famigerato Glen or Glenda, ma trovare un senso logico alla pellicola di colui che è universalmente considerato come 'il peggior regista di tutti i tempi' è francamente impossibile.

'Sai perché le donne a teatro sono interpretate esclusivamente dagli uomini? Perche in Cina solo gli uomini possono decidere come può muoversi una donna'. M. Butterfly di David Cronenberg

E pensare che per secoli la storia dello spettacolo ha preferito alle figure femminili - a cui era interdetta la recitazione - la caricatura maschile. Travestiti, insomma. Ma sarà sempre questione di burlesco, almeno fin quando saranno gli uomini a indossare gonne e tacchi a spillo. (Poi, grazie a Dio, sarà Almodóvar a sovvertire un cliché che andava consolidandosi.) Cambia la realtà e il genere quando Lubitsch e Cukor decideranno di invertire la rotta struccando rispettivamente Ossi Oswalda e Kathrine Hepburn in Non vorrei essere un uomo e Il diavolo è femmina: dalla commedia al drammatico, pur rimanendo in bilico sulla sottile linea dell'ambiguità (almeno cinematografica) la donna dovrà sempre dimostrare di valere quanto un uomo, lasciandosi alle spalle più o meno definitivamente la propria femminilità per riuscire a competere in un mondo sempre più patriarcale. L'esempio più recente nell'esordio alla regia di Laura Bispuri, l'apprezzato Vergine Giurata con l'onnipresente Alba Rohrwacher, dove la protagonista, cresciuta sulle impervie montagne di un'Albania mai raccontata così bene, rinuncia alla propria femminilità pur di adeguarsi ad un contesto arcaico, inevitabilmente patrilineare.

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