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5 Gennaio Gen 2016 2358 05 gennaio 2016

La rassicurante superiorità degli esteti e il dadaismo del nulla

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Nonostante Zalone non mi faccia un granché impazzire, e ancor meno ridere, non considero né lui né il suo (vasto) pubblico ciò che di peggio si possa augurare all'industria cinematografica nostra.

E non solo perché sono finiti ormai da tempo gli anni delle risate di serie A, intelligenti seppur scanzonate, e le risate di serie B, volgari e ginniche, ma soprattutto perché il comico pugliese ha il merito, diamogliene atto, di non intaccare manco per sbaglio la rassicurante realtà che ci siamo così tanto faticosamente costruiti: gli aristocratici esteti del cinema, di cui mi vanto di far parte, che si guardano bene dall'andarlo a vedere ma non di criticarne le gesta giudicandole per sentito dire da una parte, e gli ingenuotti del cinema a Capodanno, di cui faccio parte seppur non vantandomene (ma io sono un caso a parte - e non saprei se vantarmene o meno), che si rimpinzano di pop corn ai suoi film, rimpinguandone il portafogli, lasciandosi andare a sonore risate da avanspettacolo, dall'altro.

Ma Zalone ha anche il (de)merito di far parlare di cinema coloro che nelle sale non mettono piede nemmeno il primo dell'anno: una branca raffinatissima dell'aristocrazia cinefila che imputa al comico i mali del cinema tricolore. Coloro che 'Zalone è il simbolo della decadenza del cinema italiano' e che per coerenza del suddetto si sono fermati ai telefoni bianchi e raccontano ai nipoti, nonostante siano appena in età per maritarsi, com'era bello ridere di gusto in cinemascope. Ché poi, inoltre, sono coloro che, sempre rigorosamente coerenti con il loro pensiero (la coerenza, brutta bestia…), si sono persi nelle ultime stagioni gli esordi nel lungo di Rossetto, Bispuri, Sanfelice, Messina e si perderanno nel futuro più prossimo le opere prime di Vecchi e Cito Filomarino.

Ma in questi giorni di ingordigia cinematografica, una terza categoria è emersa dal sottobosco dei critici più improvvisati, quella, un cicinin delirante, del 'Zalone è il nuovo Sordi' che fin dal trailer ha iniziato a incensare il suo nuovo idolo della risata grassa: 'Ha una comicità naturale, spontanea, capace di sottili ironie con i suoi modi di dire tipici del Sud che, a mio avviso, ne fanno il degno erede della tradizione della commedia italiana: una sorta di Alberto Sordi pugliese' ha scritto su queste pagine virtuali Franco Moscetti. E c'è chi si spinge addirittura al paragone con il principe della risata: 'Uno dei suoi bersagli preferiti è il politicamente corretto di una certa sinistra perbenista italiana[…], ma non disdegna il gioco di parole, un po’ dadaista, alla Totò', come ha scritto Giuliano Di Tanna su Il Centro, che perdoniamo almeno per la fantasia con la quale è riuscita a fare la rima con perbenista guadagnandosi una licenza poetica che la libera dallo spiegarne il significato.

Quanto a me, non mi avventuro in discorsi sociologici, durante i quali improvviserei tanto quanto i critici di questi giorni, rivendico però il diritto al solo 'No, non mi piace' e alla riscoperta di altre semplici valutazioni altamente cinematografiche, seppur tristemente démodé, che andrebbero ripescate dalla cassetto delle frasi dimenticate.

Insomma, tutto questo per dire 'Checco? No, non mi piace'.

Ma questo è pur sempre un blog, cosa vi aspettavate?