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8 Giugno Giu 2016 1128 08 giugno 2016

Julieta e la mania del prendere per mano lo spettatore

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C'è una certa malinconia, spesso mista a vero e proprio struggimento, nell'universo femminile ritratto da Almodóvar dall'inizio della sua carriera ad oggi. C'è poi altra malinconia e altro struggimento nei polpettoni pomeridiani in onda su Rete 4 di cui la mia infanzia si è spesso cibata, con gran soddisfazione: confezioni semplici, amori chiaramente impossibili e suicidi annunciati, tutto già visto e rivisto in palinsesti sempre uguali per spettatori di bocca buona.

Julieta, l'ultimo lavoro del maestro spagnolo, scorre via piacevolmente veloce, ma l'impressione è quella di ritrovarsi nel rassicurante tepore di un plaid in uno di quei pomeriggi piovosi in cui sulle altre reti imperversano cartoni e abbondano talk di bassa qualità. Il film vorrebbe essere un viaggio interiore nel passato e negli inferi di una donna inerme alle prese con la propria solitudine, ma altro non è che un fragile racconto, con enormi buchi di sceneggiatura qua e là, in cui lo spettatore viene preso fin troppo per mano e condotto in universi già abbondantemente esplorati senza nemmeno lo sfizio di far tutto da solo. Che Almodóvar abbia perso la vena artistica migliore non è una novità - d'accordo, ha fatto (molto) di peggio! -, ma almeno correre il rischio di attraversare la strada senza la manina dei genitori (possibilmente senza tendenze suicida) sarebbe un piccolo passo per Pedro, ma un grande passo per l'umanità.