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6 Settembre Set 2016 1315 06 settembre 2016

L'iperrealismo di Gibson tra antimilitarismo e melò

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Che fosse l'iperrealismo il filo conduttore di tutta la filmografia di Mel Gibson ormai era assodato, ma l'ultimo lavoro portato a Venezia in questi giorni arricchisce di un nuovo capitolo la carriera grondante sangue dell’ex Braveheart senza per forza apparire ripetitivo. E non perché l'Okinawa del maggio '45 sia lontana diverse decine di secoli sia dalla Gerusalemme sotto Tiberio che dallo Yucatán di Zampa di Giaguaro, ma perché in questa Mostra più fra i generi che sui generis anche Gibson riesce a mescolare con sapienza il melò e lo sparatutto, il militarismo e ovviamente l'antimilitarismo, l'americanata e la scrittura.

La storia racconta le gesta di Desmond Doss che durante la Seconda guerra mondiale divenne il primo obiettore di coscienza ad essere decorato con la Medal of Honor, la più alta onorificenza militare statunitense, per aver salvato settantacinque uomini senza mai impugnare un'arma durante lo spaventoso assalto di Okinawa.

Il corpicino rachitico di Andrew Garfield si muove meglio sul campo di battaglia che sul red carpet a fianco dell'armadio barbuto dal cuore impavido, meglio in tuta mimetica che in tutina da Amazing spiderman. In generale, è riduttivo sottolineare come Hacksaw Ridge sia inferiori rispetto agli ultimi due lavori di ormai un decennio fa, ma nonostante il rischio (calcolato?) del raccontare per l'ennesima volta e inevitabilmente fuori tempo massimo (dopo Spielberg ed Eastwood per rimanere sullo stesso versante) il conflitto, seppur da prospettive diverse, tra yankees e musi gialli, è ancora una volta l'approccio, prettamente personale, a salvare Gibson dal pericolo del già visto.

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