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10 Settembre Set 2016 1719 10 settembre 2016

The woman who left: Lav Diaz prototipo dell'autore da Venezia

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Entrate nella pinacoteca più vicina a casa vostra e scegliete un quadro a vostro piacimento. Accomodatevi. Prendetevi dieci minuti in tranquillità e iniziate a fissarlo. Fatto? Il risultato, inevitabile davanti ad una figura fissa, riuscendo a mantenere alto il livello di concentrazione, è l'andare a ricercare i più insoliti e nascosti particolari che ci saremmo persi ad un primo sguardo furtivo.

È questa la sensazione davanti alle decine di affreschi in bianco e nero che ci dipinge Lav Diaz nel suo ultimo The woman who left nel corso di quasi tutte le quattro ore di durata. Una miriade di quadri ricavati proprio là, nel punto più straordinario dove il regista filippino avrebbe potuto fermare la camera. Umanità struggente a portata di mano, perché se riuscirete nell'impresa di rimanere al passo di un ritmo lento e di una sceneggiatura ispirata riuscirete ad immergevi in una Manila violentissima di fine millennio nonostante forse fareste fatica a posizionarla correttamente sul mappamondo. Vorrei rassicurarvi sulla scorrevolezza, ma il film dell'autore che soli pochi mesi fa presentava A Lullaby to the Sorrowful Mystery a Berlino non è per nulla scorrevole, non essendo nato per esserlo, a prescindere dalla durata, ancora contenuta conoscendo i canoni dell'artista. È lento fino allo sfinimento perché ne vanno apprezzati i particolari, i colori, mai completamente bianchi e mai completamenti neri, e i rumori di una città ripresa quasi sempre di notte, perché solo così riuscirete a cogliere le sfumature dei personaggi e il loro perdersi nel pieghe del contesto cittadino fino a diventarne quasi parte integrante.

La ricerca di una madre e la vendetta di una donna appena uscita dopo trent'anni d'ingiusta prigionia sono alla base di un viaggio non solo interiore, alla base di un percorso che non andrà come previsto incontrando personaggi non previsti e situazioni che lo rallenteranno. Insomma, un viaggio.

Non so se Lav Diaz vincerà il primo riconoscimento importante di una carriera costantemente in bilico tra le lodi della critica e il sincero, e per certi versi comprensibile, disinteresse del pubblico, ma insieme ad un altro paio di buone pellicole viste qui a Venezia è il motivo per cui si gira il mondo alla ricerca di storie da (farsi) raccontare.

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