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4 Novembre Nov 2016 0023 04 novembre 2016

L'ultimo sogno di Malick

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È Malick, bellezza! C'è tutto il meglio (o il peggio?, dipende dai punti di vista) di Terrence Malick nel suo Knight of cups in sala finalmente dopo anni d'attesa: c'è la magnificenza e l'intimismo, l'onirico manierismo di se stesso e l'intorpidimento progressivo dei sentimenti. Che sia sogno o favola, è il pellegrinaggio in tondo di un uomo alla ricerca di un qualcosa che assomigli a un'emozione in una Los Angeles lontana dai sogni che ancora riesce a costruire. Ricordi e pensieri di un uomo che questi sogni, da sceneggiatore hollywoodiano, il solito grande Christian Bale, era abituato a trasferire su carta in attesa che qualcuno glieli traducesse su pellicola. Il teatro della mente, nella mente, nelle immagini che ormai da qualche anno contraddistinguono la poetica visiva, oltre che la cifra stilistica, del misterioso regista de La sottile linea rossa.

Che la mia generazione rimpianga di non aver vissuto una determinata epopea rock fatta di capelloni e riff indimenticabili è cosa nota, che stia però vivendo gli anni più intensi della produzione malickiana è una fortuna da non sottovalutare.

Che sia una sua opera minore? Non so, forse. O forse no, non so. E anche se fosse? Solo Fellini e un altro paio di suoi simili non hanno opere minori della loro filmografia. Forse. Sta di fatto che l'opera minore di uno di essi rappresenterebbe il punto più alto per altri.

Astenersi, prego, assetati di "trama": rimarrà ancora per parecchio tempo Inferno nella sala accanto.

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