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25 Novembre Nov 2016 1838 25 novembre 2016

È solo la fine del mondo. È solo Xavier Dolan

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Proprio mentre inizi a pensare che ci sia meno Dolan nell'ultimo Dolan, ecco uscire il Dolan a cui eravamo abituati: più contenuto e intimo, meno provocatorio ma non meno potente di altre volte. C'è meno Québec e più universo mondo nel chiuso di una casa che potrebbe essere ovunque, nonostante qui sia in Francia, nel suo È solo la fine del mondo. C'è sempre e solo spazio per una persona sola nei suoi fotogrammi nonostante questa volta non giochi con i formati e violi l'intimità dei protagonisti soltanto a tavola e in macchina, dove la piéce teatrale da cui è tratto l'intreccio prende forma infischiandosene delle telecamere nei sedili posteriori proiettandone l'atmosfera, temporaneamente, in un altro spazio, seppur non meno claustrofobico.

Dolan firma la sua opera più matura riuscendo ad arrotondarsi, una volta tanto, più per difetto che per eccesso, raccontando il ritorno a casa di Louis (Gaspard Ulliel) dopo 12 anni di assenza preferendo, grazie a Dio, Haiducii a Desplat e puntando su un cast di attori che anche con il pilota automatico riesce a portare a casa la pagnotta. Finalmente tornato a casa, il protagonista dovrà vedersela con le contrapposizioni caratteriali di una madre divinamente fastidiosa e una sorella fattona, solo all'apparenza fuori dal contesto familiare, da un parte e di un fratello perennemente iracondo e di sua moglie ai limiti della sopportazione dall'altra. Non saprei dire se sia il migliore o il peggior Dolan, se sia in linea con i suoi o se ne distacchi: pane, comunque, per cinefili preda di facili entusiasmi e adepti fedelissimi.

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