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12 Gennaio Gen 2017 1200 12 gennaio 2017

L'etica del successo di The Founder e il cinismo del sogno americano

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Il cinismo del sogno americano portato all'esasperazione e il cinismo dell'esasperazione portato dall'impossibilità di raggiungerlo, questo è, nemmeno troppo in sintesi, The Founder, da oggi nelle sale italiane. La storia di come Raymond Kroc ha trasformato il piccolo e unico fast food dei fratelli McDonald’s a San Bernardino nella Nuova Chiesa Americana tramiete franchising e arroganza. Più arroganza che franchising, almeno all'inizio. Poi tanta arroganza e tanto franchising. Da cinque Multimixer e da un piccolo fast food di provincia, il Kroc di un Micheal Keaton perennemente (e meravigliosamente) sopra le righe stravolge le dinamiche della ristorazione applicandone il metodo della catena di montaggio sostituendo i bulloni con i cetriolini ma mantenendone invariato il concetto di base: produci veloce, vendi a poco. Fordismo applicato.

«Kroc è un bastardo, ma la sua determinazione, la sua ricerca del successo, il suo spirito indomito non riescono a non esercitare un fascino su chi ha fatto il film, e si sente» scrive Gabriele Nicola su Wired. E perché mai dovrebbe essere il contrario? Il business è alla base del sogno americano e Kroc ne è il simbolo, di entrambi. Su cosa dovrebbe essere critico il biopic di John Lee Hancock? Su un certo tipo di fare business? Sul furto del nome? E non credo si riferisca nemmeno al fascino tipico dell'antagonista, meglio se cattivo, perché Kroc è tutto tranne che cattivo: è spietato, che è diverso. La sua mano vale zero e la sua parola ancora meno, non conosce etica che non sia quella del successo. Senza di lui rimani in provincia, con lui fai soldi a palate. E fare soldi come se piovessero, almeno fino a prova contraria, non è (ancora) reato.

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