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17 Gennaio Gen 2017 1823 17 gennaio 2017

Scorsese e il silenzio di Dio

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Scorsese non offre risposte, mai. Figuriamoci quando interroga il silenzio, quando si abbandona al Cristo coronato di spine e spogliato di speranza, seppur dolcissimo e quasi adolescenziale sotto la folta barba, ritratto da El Greco. Non c'è dolore in quel Cristo, ci sono occhi persi nella profondità dell'anima che non possono nascondere il travaglio interiore di un uomo che vede la fine vicina: lontana dal tormento del Cristo di William Dafoe eppure così sovrapponibile. Nessuna risposta, nessuna consolazione, il nuovo film di Scorsese, in questi giorni in sala, è una di quelle pellicole che ti porti dietro la sera prima di andare a dormire e ti svegli pensandoci. Un film impegnativo, imperfetto, meraviglioso. Del resto Scorsese ha impiegato quasi trentanni a girarlo, e spesso si vede, ma il fanatismo è materia d'attualità più oggi che ieri e l'interpretazione del silenzio continuerà a tenerci occupati ancora per un po'.

Cattolico ancor prima che cristiano, c'è la superbia del rispecchiarsi in un Cristo ferito ma vittorioso e la devozione verso un popolo che storpia santi e madonne ma che vive la devozione come i primi cristiani perseguitati, che celebra riti in catacombe lontano dagli occhi indiscreti dell'inquisitore e che prega senza voler nulla in cambio, se non quell'agognato Paraíso che peggio di quel Giappone polveroso e feudale non potrà mai essere; c'è la cultura e la barbarie di un inquisizione e di un popolo che non chiede altro che una formalità per aver in salvo la vita; c'è un approccio diverso dagli ultimi Scorsese e dalla religiosità di cui sono impregnati tutti i suoi personaggi, inevitabilmente intimista e ben lontano da una certa idea di relativismo.

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