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14 Febbraio Feb 2017 1211 14 febbraio 2017

Moonlight, un calderone #soblack

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Premetto: Moonlight è da vedere. Uno dei film più interessanti della stagione è però un calderone zeppo di retorica di periferia che straborda proprio di quegli stereotipi che vorrebbe rovesciare. C'è tutto dentro: razzismo, droga, omosessualità, bullismo, qualunque contrapposizione sociale possibile. Temi indispensabili e mai come oggi da raccontare: ma non basta una buona idea, l'argomento giusto, una denuncia apprezzabile per fare un capolavoro, perché così è stato raccontato. È l'anti La La Land per definizione e se fosse solo questo sarebbe il meno. L'opera seconda di Barry Jenkins, che proprio contro la terza di Chazelle si giocherà gli Oscar, carica tutto sulle spalle esili, almeno da ragazzino, del protagonista Chiron che dovrà convivere col suo carattere in una Liberty City che potrebbe essere ovunque e non solo al margine settentrionale di Miami. California contro Florida, le stagioni sempre assolate di Los Angeles contro le stagioni sempre disgraziate di Miami, la voglia di rimanere e quella di scappare. Ma il modello di maschio alfa è sempre lo stesso e non prevede sfumature, sia da ragazzino sia da adulto, qui è la differenza tra la città degli angeli e quella delle palme, e allora ci si adatta, ci si nasconde o si fa finta di nulla. Il film si avvicina al punto, ma quando è il momento di centrarlo si defila, Jenkins ci ripensa, improvvisamente vuole prenderlo alla lontana contraddicendo l'ora e mezza precedente, perché l'asticella è stata collocata troppo in alto e adesso farla rimanere in piedi è quasi impossibile. Moonlight è un film incompiuto, pretenzioso nella sua narrazione, ma che comunque ci permette di parlarne tutta la sera e magari pure il giorno dopo: ed è un gran merito.

Menzione per Mahershala Ali che merita l'Oscar come non protagonista per un'interpretazione di sguardi e parole sussurrate celate in un personaggio dai livelli diversi, forse l'unico riuscito del film.

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