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24 Aprile Apr 2017 1328 24 aprile 2017

La tenerezza di Gianni Amelio in un'altra Napoli

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Se c'è uno che la tenerezza può raccontarla quello è Gianni Amelio. Una tenerezza vissuta in bilico, spesso sottotraccia, centellinata sapientemente, in una Napoli borghese lontana dai luoghi di De Angelis ma anche del primo Martone nel suo, appunto, La tenerezza, in sala da oggi. Una tenerezza donata e non dovuta, sperperata e invidiata, quella del meraviglioso Renato Carpentieri, avvocato in pensione, vedovo e padre solo in teoria. Appena terminata l'anteprima, settimana scorsa, ho l'impressione di aver visto un film pudico, di parole solo accennate, spesso non dette, che vorrebbero uscire ma rimangono dentro, frutto di una sceneggiatura a sottrazione dolce e ispirata che lascia alla regia una sola carezza su attori navigati. Qui le vite alla finestra non sembrano mai perfette - tanto da farci rivalutare le nostre o almeno quella del protagonista -, ma non vengono mai giudicate nel nome di una miseria che le accumuna tutte. Una miseria a cui fa da contraltare la tenerezza ritrovata e, in qualche modo, un perdono non più posticcio suppur mai gratuito. Detto di Carpentieri, a quasi trent'anni da Porte aperte, pennellate di bravura di Maria Nazionale che tratteggia con la sapienza di silenzi studiati e snervanti il personaggio femminile migliore del film con una semplicità imbarazzante che rende i pochi dialoghi con l'ex amante poesia di sguardi e gesti da studiare.

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