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22 Agosto Ago 2017 1639 22 agosto 2017

Dunkirk e l'ansia del mostrarsi autore

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Che Nolan fosse un maestro e che Dunkirk fosse un capolavoro lo sapevamo già in partenza. Poi abbiamo visto il film. Che Nolan fosse un maestro non avremmo dovuto aspettare la proiezione stampa, per annoverare Dunkirk fra i capolavori avremmo dovuto portare pazienza. Ma tant'è… Che Nolan sappia e abbia i mezzi per creare capolavori è indubbio, che quest'ultimo lo sia ho qualche dubbio.

Tre linee narrative differenti sopra, intorno e al largo di Dunkerque dove sono intrappolati 340mila soldati britannici che aspettano con ansia un miracolo mentre il conflitto divampa sopra, intorno e dentro di loro. Tre linee narrative differenti che permettono a Nolan di giocare con il tempo, come sua consuetudine, e coi ticchettii maledettamente fastidiosi di Hans Zimmer, raccontandoci la guerra senza il viso di un nemico attraverso gli occhi di Tom Hardy, lo shetland pullover di Mark Rylance e i capelli meravigliosamente impomatati di Harry Styles.

Seppur con la solita ansia di mostrarsi autore, Nolan rinuncia alla scrittura e al minutaggio epico, e per entrambe le cose lo ringraziamo, concedendo l'unico sprazzo di comica retorica al volto e alle parole di un Kenneth Branagh capace di vedere oltre quella ventina di miglia. Osannato, manco a dirlo, dalla critica straniera e di rimando, manco a ridirlo, da quella nostrana, Nolan non si avvicina nemmeno per sbaglio ai grandi della letteratura di guerra per immagini e ai loro capolavori "definitivi", regalandoci uno splendido film alla sua maniera ma non l'atteso capolavoro. Perché quando si parla di war movie coi controcazzi, seppur questo non lo sia in modo convenzionale, ci si aspetta quello "definitivo", l'epico che metta in riga i precedenti, l'indimenticabile più indimenticabile di quelli indimenticabilmente indimenticabili che ne hanno fissato i criteri e le simmetrie.

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