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31 Agosto Ago 2017 2018 31 agosto 2017

Downsizing, storia di un fanatismo annunciato

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Era un rischio, calcolato. Downsizing apre Venezia74 fra applausi (timidi, a dir la verità) e facce perplesse (parecchie, a ridir la verità) in una Sala Grande provata dai tempi (lunghi, troppo lunghi) e dalla carne al fuoco (troppa, decisamente troppa). Ma se si scava in profondità e lo si lascia maturare, Payne azzecca la corda giusta in un discorso, quello pseudoecologista e pseudoambientalista, che vive, spesso, di superficiali ideologie alla moda e verità mal raccontate.

Uomini e donne rimpiccioliti ad una dozzina di centimetri per arginare il problema del sovrappopolamento e stipati in cittadine altrettanto minuscole ed ecosostenibili, all'apparenza regni felici del dolce far nulla, dove guardare dall'alto verso il basso (pardon, dal basso verso l'alto) i giganteschi omoni cattivi che non hanno accettato la miniturizzazione ma ne pagano la sopravvivenza e l'inoperosità in un'economia che perde forza lavoro. E infatti a Paul Safranek (Matt Damon) dell'ambiente non gliele frega, nemmeno ad un passo dall'apocalisse, una beata mazza, e ancor meno alla moglie che infatti all'ultimo decide di rimanere della propria taglia, attizzato dall'idea di far fruttare quei quattro spiccioli che ha risparmiato in una vita (infelice) da terapista occupazionale.

Un universo dai colori pastello che poggia le basi su un'umanità, sempre la stessa, disgraziata che di ritrovarsi alta due mele o poco più avrebbe fatto comodamente a meno, perennemente isolata ai margini di una società in cui le taglie si riducono e le differenze sociali si allargano. Ed ecco che il castello di fantascienza crolla dinnanzi a un futuro distopico che è già presente e a un'apocalisse imminente in cui l'uomo, grande o piccolo che sia, può solo stare a guardare. E nemmeno l'ennesimo fanatismo modaiolo può salvarlo.

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