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2 Settembre Set 2017 1639 02 settembre 2017

A Ciambra, andata senza ritorno

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È tutto scritto, tutta finzione. A Ciambra di Jonas Carpignano non è un documentario, è pura finzione cinematografica. Un film politico, rapsodico, autentico, a tratti onirico, meravigliosamente girato tra i rifiuti di un campo Rom di Gioia Tauro dove i colori sfumati abbracciano l'immobilismo di un popolo nato gitano. Neorealismo contemporaneo, presa per mano, regia intima. Carpignano conosce ciò che riprende e chi riprende, entra nella quotidianità in punta di piedi e della famiglia Amato ci mostra la spontaneità. Il volto irregolare di Pio è un miracolo di tensione narrativa, il suo è un percorso di formazione che lo porterà a immergersi nella comunità "marocchina" di Gioia e a tradirne la fiducia, non senza (forse) trarne qualcosa di buono e porre le basi per il suo diventare adulto. Magari, chissà, lontano dalla Ciambra. Il resto è contesto, costruito senza toccare nulla e lasciando che ognuno reciti se stesso. Un contesto in cui non avremmo mai il coraggio di entrare e in cui forse non entremo mai, ma non per questo mostrato come una riserva da esplorare.

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