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4 Ottobre Ott 2017 1800 04 ottobre 2017

Blade Runner 2049 e quella poesia dimenticata

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Se ci fosse o meno bisogno di un nuovo Blade Runner, lascio tranquillamente ai posteri e a voi l'ardua sentenza. Comunque, no. Non basta una straordinaria esperienza visiva di più di due ore per raggiungere le vette filosofiche ed emotive di un classico senza tempo in cui tutto era accennato e lasciato cadere con delicatezza, in cui tutto era sfiorato con la grazia di una sceneggiatura pennellata, in cui la poesia era nascosta sotto un sottile strato di inquietudine. Il dubbio che rimane nelle creature "non nate" è artificioso al limite dell'incomprensibile, seppur nel contesto fantascientifico, e il paragone con i modelli precedenti non può essere colmato dalla riluttanza.

Tutto è fin troppo perfetto nell'impalcatura visiva di un artista dell'immagine in movimento come Denis Villeneuve che viaggia dal freddo della prima ora al caldo ocra della seconda fino a un bianchissimo finale sotto la neve troppo ancorato a colpi di scena poco degni della sua carriera in ascesa. E se l'originale vive nella leggenda, anche, grazie all'iconica, e in parte improvvisata, morte di Roy Batty sotto la pioggia, nella Los Angeles del 2049 Ryan Gosling galleggia in una perfezione mai scalfita da un'occhiata d'estro. Tutto (troppo) calcolato in questa (riuscitissima) operazione di marketing che strizza l'occhio alla nostalgia per gli origami e a una distopia sempre più reale. Ed è un peccato perché lo script di Hampton Fancher e Michael Green non si sottrae alle solite inquietudini innalzando il livello del film a vette irraggiungibili per il genere, ma altrettanto lontane dall'inarrivabile originale.

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