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27 Ottobre Ott 2017 1446 27 ottobre 2017

Hostiles, l'odissea politicamente corretta dai confini labili

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Dal deserto del New Mexico alle praterie del Montana, il viaggio senza ritorno del capitano Joe Blocker attraverso quell’anima "dura, solitaria, stoica e assassina" di un'America in divenire per riportare a casa (e a morire) un vecchio capo Cheyenne. È il 1892 e la mano sul fuoco fra chi siano i buoni e chi i cattivi non ce la metteresti. Né tu né loro, soprattutto dopo anni di guerre interminabili che hanno incattivito, e decimato, gli uni e incattivito, e arricchito, gli altri: con quelli decimati che si rassegnano alle riserve e quelli arricchiti che iniziano a ripensarci. Perché alla fine il capo pellerossa morente tanto pericoloso non è (più) e il capitano pellerosa sulla via della pensione tanto incattivito non lo è (più). Resistenza al colonialismo fallita ed espansionismo coloniale riuscito, ma a che prezzo? Sulla loro strada incontreranno una vedova che si unirà a loro e un altro prigioniero da scortare verso il patibolo.

Alle origini (americane) del suprematismo bianco in un western in controluce dai confini via via sempre più labili in cui le diffidenze iniziali svaniscono tra i silenzi di campi lunghissimi e primi piani seppia fino alla speranza di un finale proiettato nel futuro di un treno in corsa. Hostiles di Scott Cooper, che ha aperto ieri la dodicesima edizione della Festa del cinema di Roma, è un lungo percorso di ferite da risanare in un'odissea politicamente corretta che segue i sentieri più classici del western d'annata con velate punte anacronistiche e quel tocco radical chic che ne rovinano lo svolgimento ma ne chiariscono le intenzioni.

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