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9 Novembre Nov 2017 1625 09 novembre 2017

Borg McEnroe, non solo tennis

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Luce sporca, macchina mobile, primi piani, il prima e il dopo, la cronaca del durante: Borg McEnroe funziona. Lo svedese di ghiaccio, già campione più che affermato e con quattro Wimbledon consecutivi in bacheca, che non lascia trasparire emozioni nonostante sia un vulcano pronto ad esplodere e l'astro nascente del tennis americano, sbruffone e spettinato, che si appresta a raccoglierne l'eredità. 1980, ancora Wimbledon, finale: per Borg potrebbe essere il quinto consecutivo, come nessuno prima; per McEnroe il primo di una lunga serie. Cinque set già giocati, un tie break interminabile già disputato e un trofeo già assegnato fra due campioni che alla fine così tanto agli antipodi non appaiono più.

C'è tanto tennis e molta vita, il racconto del prima e l'accenno di quel che sarà - il vulcano esploso e il ribelle quiescente, in un futuro nemmeno troppo lontano. Ciò che pesa sulle spalle dello svedese e ciò che monta dalle viscere dell'americano, la forza di non farcela (più), il dramma del venir ricordato per la sconfitta ad un passo dal quinto Wimbledon e l'apparente spensieratezza di una fragilità oscurata dalle stravaganze dentro e fuori dal campo in un documentario mancato in cui la somiglianza degli attori è sbalorditiva. Finzione pura che segue i canoni del miglior cinema sportivo infischiandosene del già visto - perché qui è visto meglio! -, scavando nell'intimità di due tennisti che - a quanto mi dicono - di questo sport ne hanno riscritto le fondamenta.

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