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12 Gennaio Gen 2018 1057 12 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri: viaggio nell'inconscio conscio d'America

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È difficile oggi trovare uno che scriva personaggi migliori di Martin McDonagh. Quasi impossibile, come del resto qualcuno che sappia interpretarli. In Tre manifesti a Ebbing, Missouri il commediografo londinese di origini irlandesi ha plasmato i suoi personaggi come sempre, cioè alla perfezione, ma questa volta ha trovato l'eccellenza nel capitale umano che presta loro il volto. Il risultato, era prevedibile, è il suo lavoro migliore.

Ci sono tutte le promesse mancate di un'America sull'orlo di una crisi di nervi nei manifesti che Mildred decide di sbattere in faccia alla città e allo sceriffo Willoughby innescando quell'impalcatura emotiva che condurrà lo spettatore ben oltre i confini di Ebbing, paesino immaginario collocato nel fin troppo reale Midwest. Divorziata da un marito violento,la ruvida Mildred perde la figlia vittima di un crimine impunito ed è disposta a tutto (letteralmente) per trovare giustizia e, forse, vendetta o, almeno, verità. Ma è nel contesto dei ruoli più o meno minori che il tutto decolla verso lidi (quello d'inizio settembre regalò solo un premio alla sceneggiatura) inarrivabili anche nel mondo anglosassone.

Frances McDormand e Woody Harrelson, talmente sontuosi da compiacersene, danzano nei margini di gioco di una sceneggiatura, appunto, già premiata un po' ovunque che esplora paesaggi coeniani da tragedia greca nell'incandescenza di un racconto che regala briciole di inconscio collettivo e una piccola grande speranza finale. Perché nulla è perduto per McDonagh, nonostante il rosso acceso e sconsolato dei manifesti dica il contrario tirando fuori il peggio dai rapporti umani in un'America che il democratic donkey disgusta dall'alto dell'aereo che lo porta da costa a costa.

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