Politica antipolitica

25 Novembre Nov 2016 1739 25 novembre 2016

I lib-pop: l'ultima spiaggia di una politica ricondotta a ragione

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La vittoria di Trump cambia lo scenario politico occidentale? Si aprono nuove prospettive per i movimenti populisti nostrani? E nel nostro Paese dobbiamo rassegnarci ad uno schema a due Pd vs M5S? Per molti tale destino appare già ineluttabile. Eppure, anche chi è stato eletto nelle ultime amministrative all’opposizione della sinistra, si chiede ancora: è possibile comprendere quelle ragioni per cui sempre più elettori si rifugiano nella protesta e vedono interpretate le proprie ansie e paure dai cosiddetti populisti, ma senza per questo scivolare nella sfera d’influenza del mainstream progressista?

Sulla soglia di questa domanda si affaccia quella che Stefano Parisi ha definito piattaforma liberalpopolare. Una piattaforma, cioè, basata su due aspetti: la libertà e la natura relazionale della persona, capace di generare popoli e comunità. Sono due aspetti che differenziano molto le soluzioni prospettate dalle semplificazioni demagogiche. Ed è su questo terreno che si sono aperti gli scontri nel vecchio centrodestra, dove sembra prevalere il nazionalpopulismo, l’altra faccia della medaglia antisistema. E che in Italia finisce solo per portare acqua al mulino del M5S. La libertà, invece, sollecita ad una società aperta e non chiusa. Non impone per legge dazi e barriere, ma preferisce una moneta e delle regole comuni al ritorno delle logiche nazionali che conducono dritte alla povertà, tagliano fuori dalle filiere produttive globali e comportano il crollo del valore degli immobili, già fortemente penalizzato dalla scriteriata tassazione degli ultimi anni. Il concetto di persona, poi, apre alla capacità relazionale di questa e non al suo ripiegamento solipsistico. Esige che la sua comunità d’appartenenza sia lasciata libera di autogovernarsi senza rigurgiti neocentralisti, non cerca di difendere con cinta murarie la propria città nell’ottica della piccola patria. Anzi, sa che – in quello che è definito non a caso “secolo urbano” – cresce chi crea connessioni interne ed esterne e fa sistema. Anche perché l’identità non è qualcosa di fisso, immutabile e dato una volta per tutte. Al contrario, essa è dinamica. È un processo che si schiude a partire dall’obbedienza a quella strutturale apertura all’altro di ogni esperienza autenticamente umana. E che fa emergere interrogativi sulla propria storia e rivela contenuti di essa altrimenti muti e nascosti.

Ma è sbagliato non prestare attenzione al flusso incontrollato e continuo di migranti che genera insicurezza, le banlieues, le periferie popolari delle nostre città che, se non curate, esplodono in guerre tra poveri (quando non vedono sorgere addirittura cellule terroristiche). Com’è altrettanto vero che la crisi economica ha messo a dura prova ceto medio e lavoratori. Ha pure mostrato quanto non basti la “mano invisibile” e l’autoregolamentazione del mercato; quanto era fallace l’idea di un sistema capitalistico che, sconfitto il comunismo, sarebbe stato solo destinato ad espandersi e a generare un progresso illimitato. E proprio qui si staglia anche l’alternativa a quelle élites che vogliono nascondere la polvere, alzatasi col crollo di antiche certezze, sotto il tappeto della loro narrazione progressista e “per bene”. Si staglia sempre l’alternativa liberalpopolare. Perché la libertà impone l’ossequiosa reverenza verso la sovranità popolare e non l’eterodirezione della volontà degli elettori in nome di presunti valori più democratici di altri e dell’eventuale favore dei mercati finanziari. Perché la libertà esige che qualunque potere (sia esso politico, economico e finanche giudiziario) non può e non deve tutto, ma sia limitato per competenza e per diritto. E rende ingiusto pretendere dai privati più del dovuto sotto pretesto di imposte. E perché il concetto di persona è più ampio e non riduttivo di quello angusto dei “diritti del cittadino”. Più ampio, perché la persona non è solo ciò che lo Stato le concede graziosamente. La persona si mette insieme ad altre, ipotizza soluzioni e costruisce opere educative, di cura, sociali che rispondono meglio a bisogni condivisi. E prima che ci pensi qualcuno nel chiuso delle stanze di palazzo. Più comprensivo, perché il linguaggio novecentesco e progressista sui diritti è indifferente alla dimensione religiosa dell’uomo in nome di una malintesa idea di laicità, salvo poi legittimare le minoranze confessionali più economicamente strutturate e mediaticamente esposte. Sia che si parli di realizzare moschee scendendo a patti con l’islamismo politico. Sia di differenza sessuale e concezioni di famiglia con gli attivisti lgbt.

L’alternativa liberalpopolare deve dire anche molto sulla trasformazione del lavoro in atto. Ma non ipotizzando di uscire dalla globalizzazione (pena precludersi la strada dello sviluppo), bensì riscoprendo i fondamentali. Il lavoro è l'ambito per eccellenza dove la persona realizza la propria vocazione. La realtà ci sta dicendo che le nuove tecnologie stanno trasformando il tempo e lo spazio del lavoro: oggi una stampante 3d può sostituire quello manuale di un artigiano; il co-working o un semplice dispositivo connesso alla rete sostituiscono i turni della vecchia fabbrica e gli uffici. Purtuttavia le nuove tecnologie esaltano le capacità intellettuali del lavoratore, ne valorizzano le competenze, mettono al centro la sua creatività. Allora le risposte che si chiedono alla politica non possono essere di natura protezionistica (del posto o della "forma" contrattuale), quanto puntare sulla integrazione scuola-lavoro, sulla certificazione delle abilità professionali, sulla formazione on the job, su quella continua e sulla ri-qualificazione di chi ha perso il posto. Anche qui: una piattaforma liberalpopolare non mira ad ingessare con una sovrapproduzione di regole un mercato in costante e rapida evoluzione, ma tutela la persona, ne garantisce la continua occupabilità. E coinvolgendo una rete di attori pubblici e privati. Perché il lavoro non si crea per decreto.

La sfida di una piattaforma liberalpopolare è l’ultima spiaggia per coloro che vogliono ricondurre la politica nell’ambito della ragione. Se fallisce, temo che difficilmente riusciremo a divincolarci dall’alternativa unica tra politica intesa come richiamo irrazionale e il buonismo del politicamente corretto.

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