Politica antipolitica

3 Dicembre Dic 2016 1532 03 dicembre 2016

Il nuovo totalitarismo che minaccia la libertà religiosa

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Anche quest’anno non potevano mancare le polemiche sul presepe. Puntuali come il Natale. A Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, il Sindaco Sala ha deciso di installarne uno nel cortile d’onore. Come si usava prima dell’interruzione voluta dal suo predecessore e suscitando, di conseguenza, polemiche alla sua sinistra. E in questo segnando una discontinuità con Pisapia che ha sostituito le festività natalizie con quelle del Bianco inverno. Nel frattempo giornali e tv hanno riportato la notizia che a Cesena l’amministrazione comunale ha deciso di non esporre più il presepe nella piazza principale, optando per un “Bosco illuminato”.

Tutte cose che farebbero sorridere se la malintesa concezione di laicità che sottendono certe prese di posizione in occidente non apparisse molto immatura e inconsapevole del contesto globale in cui viviamo. Un contesto in cui la libertà della personale esperienza religiosa è lesa, quando non calpestata o addirittura perseguitata. Lo abbiamo visto recentemente con i video dei telefonini dei curdi e degli iracheni che hanno liberato i villaggi e le città della piana di Ninive dalle milizie del Califfo. Lo abbiamo visto nelle riprese effettuate con gli iPhone all’interno delle chiese millenarie distrutte dai soldati dell’Isis.

Il 23 novembre scorso Westminster, a Londra, si è tinta di rosso per ricordare che un essere umano su tre vive in un Paese in cui non è tutelata la libertà religiosa. E che il 20% dei paesi la vìolano significativamente. Come il Congo, dove martedì 29 novembre è stata uccisa suor Marie Claire Agano, della congregazione delle Francescane di Cristo Re, responsabile di un centro di formazione professionale all’interno della parrocchia Mater Dei di Bukavo. È sempre di questi giorni una notizia che viene dal più grande paese popolato da musulmani di tutto l’orbe terraqueo: l’Indonesia, che conta 240 milioni di abitanti, l’87% dei quali sono fedeli di Maometto. Il 3 dicembre si è svolta una grossa manifestazione nella capitale, a Jakarta. Sono state radunate circa 200 mila persone dai movimenti islamici integralisti per chiedere l’incriminazione per blasfemia del governatore cristiano della regione Basuki Tjahaja Purnama detto “Ahok”. Dalla Costituzione del 1945, anno della sua indipendenza, l’Indonesia riconosce altre confessioni oltre quella professata dalla maggioranza: il Cristianesimo, sia quello cattolico romano che il protestante, il Buddismo, l’Induismo, il Confucianesimo e alcuni culti ancestrali praticati da minoranze etniche dell’arcipelago. Il principio che regge lo Stato e delinea il suo potere, quindi, non è quello islamico, bensì quello della Pancasila che garantisce una pluralità religiosa retta da cinque pilastri: la fede in un unico Dio; un umanesimo giusto e civile; l’unità dell’Indonesia; la democrazia e il potere del popolo; la giustizia sociale. Con la richiesta in massa di incriminare Ahok per blasfemia è chiaro che si rischiano di scuotere le fondamenta che hanno retto la pacifica convivenza per oltre settant’anni del più grande paese musulmano al mondo. Anche perché Ahok, come spiega l’agenzia Asianews, «è uno dei pochi leader politici indonesiani che lotta in prima fila per la libertà di coscienza. Lo scorso giugno si è opposto all’obbligo imposto alle studentesse di Jakarta di indossare il velo islamico. Nel luglio 2015 il governatore di Jakarta ha promosso una battaglia per i diritti civili della minoranza ahmadi, ritenuta eretica dalla maggioranza musulmana sunnita». Oltretutto l’accusa di blasfemia si basa su una menzogna. Come riportato ancora dall’agenzia stampa del Pime, l’ex giornalista e professore di comunicazione alla London School di Central Jakarta, Buni Yani, ha ammesso di aver manipolato le parole del governatore della capitale, che gli sono valse l’accusa. In effetti Ahok – impegnato in una campagna elettorale per la sua rielezione – ha parlato della sura 51 del Corano, usata contro di lui per invitare gli elettori musulmani a non votare come proprio governante un ebreo o un cristiano. Solo che nel riportare la frase originalmente pronunciata («non credete a tutto quello che dicono le persone… perché spesso siete ingannati nell’usare la 51esima sura di Al Maidah»), Buni Yani ha confessato di aver omesso il verbo «usare», così da falsare il messaggio di Ahok e facendogli sostenere che sia piuttosto il Corano ad ingannare i fedeli.

Si tratta di un esempio di quella strana alleanza tra potere mediatico e uso strumentale a fini politici di una religione professata dalla maggioranza degli indonesiani. A ben pensarci è ciò che caratterizza anche la vicenda dell’Isis in Medioriente e nella sua attività di propaganda per reclutare foreign fighters in Europa. È una nuova forma di totalitarismo che minaccia proprio la libertà religiosa e le nostre società plurali. È questo il contesto storico in cui viviamo. Non è più il tempo del pensiero moderno in cui l’autonomia della persona prende consapevolezza di sé stessa e, resasi indipendente dalla fede cristiana, afferma valori umani sganciati da una tradizione religiosa che pure li ha fatti germinare e crescere. È bene che anche i nostri intellettuali progressisti se ne rendano conto. Così come i loro terminali politici. E finalmente oltrepassino la soglia del XX secolo per entrare nel XXI.

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