Politica antipolitica

17 Dicembre Dic 2016 2258 17 dicembre 2016

L'autosospensione di Sala e i misfatti di Renzi

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Milano capitale morale d’Italia. Un’affermazione assertiva che costituisce un’arma a doppio taglio. E sì, perché basta che qualcuno, anche solo un giornalista, adombri una responsabilità che potrebbe assumere contorni penali, per determinare un passo indietro del sindaco eletto da appena sei mesi dalla maggioranza degli elettori. È la vicenda dell’autosospensione di Beppe Sala. Istituto non previsto dal nostro ordinamento. Né dallo Statuto del Comune, che parla di sostituzione da parte del vicesindaco solo in caso di “impedimento permanente” e non certo per permettere al primo cittadino una pausa di riflessione. Così, nel giro di poche ore, ad una fuga di notizie funzionale a tutto fuorché a garantire l’eventuale persona indagata, quest’ultima reagisce prospettando alla città una situazione tanto inedita quanto incerta. Si tratta di un’apoteosi di giustizialismo. Sia “l’attacco” che la “difesa”. Un qualcosa che va a nocumento di Milano e del corretto funzionamento dell’amministrazione. E che, oltretutto, crea un pericoloso precedente. La legge, anche la più recente e la più influenzata dal clima giacobino che il nostro Paese respira almeno dagli anni di Tangentopoli, parla di cessione della carica in caso di condanna in primo grado. Nonostante, poi, il sistema che ci siamo dati parli di presunzione di innocenza fino al terzo grado. Eppure in questi giorni è successo qualcosa che ha aggravato quel clima di sospetto di cui siamo purtroppo tutti affetti, ma che – come ci ricorda la lezione di Giovanni Falcone – «non è l’anticamera della verità: la cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo». O, se preferiamo adattare l’espressione ai giorni nostri, del califfato. È successo così che la puntuale violazione del sistema di garanzie ha generato la rinuncia da parte della “vittima” di un dovere cui è tenuta per mandato elettorale. Questo è il primo dato che mi sembra emerga dalle vicende che hanno colpito il Sala: la sua autosospensione in qualche modo avvalla quel malcostume giustizialista da cui nascono anche gli avvisi di garanzia a mezzo stampa. E non tutela la città. La danneggia.

Ma c’è un altro aspetto che è importante sottolineare. E ad esso ha fatto allusione l’ex procuratore aggiunto di Milano per reati contro la pubblica amministrazione, Alfredo Robledo, che ha commentato all’Agi: «Finalmente la magistratura si è ripresa la sua veste istituzionale, liberandosi dalle influenze della politica e delle correnti». Allusione che ha portato alla memoria le parole pronunciate da Matteo Renzi in occasione di un suo viaggio istituzionale in Giappone, il 4 agosto 2015. In quell’occasione, pensando all’esposizione universale in corso a Milano, l’allora capo del governo ebbe a dire: «L’Expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie a un lavoro istituzionale eccezionale, grazie al prefetto e alla Procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale». Non mi interessa qui ricostruire lo scontro interno alla Procura della Repubblica, che vide fin dall’estate 2014 proprio Robledo da una parte e Bruti Liberati dall’altra – con quest’ultimo che, in qualità di procuratore capo, alla fine si autoassegnò il coordinamento di tutte le indagini su Expo. Così come non mi interessa entrare nel merito delle singole inchieste giudiziarie e di ciò che verrebbe contestato a Sala. Quel che mi interessa far emergere da tutta questa vicenda è una riflessione più generale, di sistema. Quella che da molti commentatori, pure su questa testata, viene definita come una “moratoria” su Expo da parte di Bruti Liberati (ora in pensione), per garantire il normale prosieguo dei lavori prima e dell’evento dopo, altro non sarebbe stata che una pezza cucita dall’allora esecutivo Renzi. Ma non tanto cucita su Expo, quanto sul delicato e conflittuale rapporto tra magistratura e politica, di cui l’ex presidente del Consiglio non si è mai voluto occupare. Sbagliando, perché lo ha sempre ritenuto un problema circoscrivibile al solo Berlusconi (il quale tra l’altro non ha mai evitato di spersonalizzarlo).

Invece la giustizia è un problema del Paese. Come è un problema del Paese la corretta applicazione del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Infatti, a differenza di quanto avviene in altri paesi, la pubblica accusa in Italia è indipendente dall’esecutivo. Ciò a garanzia del fatto che non si sarebbe mai più dovuto ripetere quanto avvenuto sotto il fascismo, ovvero l’uso della giustizia contro gli avversari politici di chi è al potere. A controbilanciare l’indipendenza dei giudici i nostri padri costituenti fissarono l’obbligatorietà dell’azione penale. Tuttavia si sa bene che un pm non può dare corso simultaneamente a tutte le denunce che si trova sul tavolo. Ragion per cui quel principio costituzionale viene meno nei fatti e sostituito dalla discrezionalità personale con cui si decide di perseguire un reato piuttosto che un altro. E così le scelte fondamentali di politica anticriminale vengono fatte dal singolo pm che non risponde a nessuno. Anziché discutere di una riforma strutturale che riconduca all’autorità politica la determinazione dei criteri di priorità nell’azione penale (come avviene in altri paesi), o il controllo dei criteri che l’organo di autogoverno della magistratura delibera (cui potrebbe seguire in caso di gravi violazioni l’azione disciplinare da parte del guardasigilli), Renzi ha giocato al ribasso. Anziché affrontare una riforma della giustizia, ha preferito ancora una volta piegare le regole esistenti all’esigenza politica del momento: “portare a casa” Expo e farne un suo fiore all’occhiello. Ecco perché si è anche sentito in dovere di ringraziare la Procura di Milano per la “sensibilità istituzionale”. Tuttavia una volta saltati coloro che potevano garantire la “moratoria”, i problemi di prima riemergono come fiumi carsici.

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