Politica antipolitica

31 Dicembre Dic 2016 1658 31 dicembre 2016

L'anno (e il voto) che verrà

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Comunque vada a finire, entriamo nell’ultimo anno effettivo di questa legislatura. Una legislatura nata dalla “non vittoria” del Pd e dalla sfida lanciata dalla “democrazia diretta” del Movimento cinque stelle. Una legislatura su cui gravava la responsabilità della classe politica di riacquistare una credibilità fortemente compromessa e di riaffezionare i cittadini alle istituzioni attraverso una serie di riforme strutturali il più possibile condivise. Ci ritroviamo invece con un centrodestra pressoché inesistente da un punto di vista della proposta politico-programmatica ed un centrosinistra dilaniato dalle lotte intestine tra rottamatori e rottamati. E con un M5S che nel frattempo ha conquistato l’amministrazione di importanti città italiane. Oltre al rischio di vedere in un futuro prossimo un bipolarismo forzato, in cui una larga parte dell’elettorato si vedrà costretta a scegliere tra i due principali competitor in ragione della propria disperazione: il Pd per chi avrà paura dei 5S e i 5S per chi vuole punire il Pd.

Renzi ha anteposto la propria riuscita a quella del Paese

A tutto ciò si aggiunge il periodo renziano che, a mio giudizio, ha non poche responsabilità nell’aver mancato gli obiettivi posti a inizio legislatura: il segretario del Pd ha infatti anteposto la propria riuscita a quella complessiva del sistema Paese. Sia in origine, con lo sgambetto fatto ad Enrico Letta. Sia alla fine, con la personalizzazione della riforma della Costituzione. I dati sull’economia fanno il resto. È vero che il Pil è tornato a crescere, ma a ritmo modesto e sempre sotto la media europea: nel 2016 l‘area euro è cresciuta dell’1,5 contro lo 0,8 italiano, secondo i dati Ocse. Nel 2014 su 28 membri dell’Ue, l’Italia occupava il quartultimo posto per la crescita. Per il 2017 la Commissione europea, dopo averci visto retrocedere al terzultimo posto, ci colloca al penultimo. Stessa cosa per quel che riguarda la disoccupazione: 11,6% quella italiana (dati Istat) e 9,8% quella dell’area euro (dati Eurostat). La nota congiunta tra Istat e Ministero del lavoro dice che nel primo trimestre del 2016 sono diminuiti gli occupati sotto i 35 anni (- 0,3%) e aumentati gli over 50 (0,2). Come si osserva correttamente dalle parti di Adapt, gli eredi di Marco Biagi, è difficile capire se il generale aumento dell’occupazione è dovuto agli incentivi alle assunzioni (che nel caso avrebbero favorito i lavoratori maturi e già competenti a scapito dei giovani e della loro formazione sul posto di lavoro), oppure all’allontanamento dell’età della pensione. Rimane una fotografia drammatica del nostro Paese che attende misure shock da parte della politica: su una popolazione di oltre 60 milioni, solo 22 lavorano, 3 sono in cerca di occupazione, ma ben 14 milioni di abitanti in età lavorativa sono inattivi.

Sulla politica di bilancio, poi, Renzi ha propugnato al Paese una classica ricetta socialdemocratica riassunta nella formula “tassa e spendi”. Anche osservando la Nota di aggiornamento al Documento programmatico di bilancio del 2017 (l’ultima con la firma del segretario Pd) la differenza tra le entrate tributarie previste per il 2017 (800 miliardi) e quelle riscosse nel 2015 (784) certifica quasi 16 miliardi di tasse in più. La spesa corrente al netto degli interessi sul debito, poi, aumenta dai 691 miliardi del 2015 ai 702 del 2016. Nel complesso cala semplicemente per: 1) effetto del Quantitative Easing della Bce (motivi esogeni) che tiene sotto controllo i tassi di interesse e di conseguenza diminuisce il costo del debito pubblico; 2) riduzione della spesa in conto capitale (motivo interno) che, riguardando fondamentalmente gli investimenti, è però una spesa “buona”, perché tendenzialmente produttiva.

l’ultimo scorcio di legislatura ci regali una legge elettorale che punti al ritorno di un confronto vero sulle proposte politiche

A fronte di questi dati occorre sperare che l’ultimo scorcio di legislatura ci regali una legge elettorale che punti al ritorno di un confronto vero sulle proposte politiche per portare il Paese fuori dalle secche della crisi. Questo lo si può ottenere in due modi. Il primo è una legge che dia agli elettori la possibilità di selezionare la classe politica in base alla qualità dei candidati al parlamento (attraverso le preferenze o una percentuale di seggi assegnati con collegi uninominali). L’altro è un proporzionale che privilegi la rappresentanza e il confronto su contenuti e ricette economiche, piuttosto che la personalizzazione delle campagne elettorali e le ammucchiate in coalizioni che tengono insieme tutto e il contrario di tutto pur di battere l’avversario. Chissà che, a queste condizioni, non riesca ad emergere anche un’alternativa liberale e popolare alle ricette socialdemocratiche che fin ad ora ci hanno solo condotto nella situazione in cui siamo.

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