Politica antipolitica

29 Gennaio Gen 2017 1750 29 gennaio 2017

Il futuro della democrazia passa dalla domanda su chi custodirà i custodi

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È davvero curioso che a pochi giorni da una seconda sentenza con cui, di fatto, la Corte costituzionale ha “scritto” una nuova legge elettorale per la Camera (dopo averla “riscritta” nel 2014 per il Senato), il presidente del sindacato unico dei magistrati, Piercamillo Davigo, redarguisca il ministro della giustizia perché reo di attentare all’indipendenza dei giudici per talune proroghe in servizio che riguardano alcuni uffici direttivi.

Questi due fatti accaduti nell’ultima settimana ripropongono un vecchio adagio: «Quis custodiet ipsos custodes?», «Chi custodirà gli stessi custodi?» si chiedeva Giovenale nella VI Satira. E qui effettivamente sta un punto decisivo della storia della nostra Repubblica. Dallo sbilanciamento dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario dipende la salute di uno stato di diritto e in generale di una democrazia. Senza entrare nel merito della vicenda, è un fatto che Tangentopoli ha determinato la fine della prima Repubblica e influenzato la seconda, con lo strascico di conflitti non sanati tra politica e magistratura. Tanto che un attento osservatore con lo sguardo lungo dello storico, qual era Renzo De Felice, descrisse quel momento come una «crisi di regime», paragonabile alla Grande Guerra o alla fine del fascismo, tutte caratterizzate dal fatto che «non c’è mai stata alternanza democratica tra governo e opposizione» (Rosso e Nero, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, p. 102).

Si è fatta strada una strana pretesa di controllo preventivo da parte di talune toghe sulla vita democratica italiana, una volontà di trasformarsi in una sorta di protettorato della Repubblica che porta ad inseguire “fenomeni” più che ad accertare la fondatezza di notizie di reato.

Rimangono cesure insanabili nella storia repubblicana le proteste dei magistrati di Mani pulite che portarono l’allora Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, a non firmare nel marzo del 1993 il decreto Conso con cui il governo Ciampi avrebbe voluto depenalizzare il finanziamento illecito e provocarono pure le dimissioni del guardasigilli. O ancora, quando il 13 luglio del 1994, durante un’improvvida conferenza stampa, i pm della procura di Milano annunciarono l’autoscioglimento del pool come reazione al decreto Biondi, attraverso il quale l’esecutivo Berlusconi vietava la custodia cautelare per reati contro la pubblica amministrazione. Da questi come altri episodi si è fatta strada una strana pretesa di controllo preventivo da parte di talune toghe sulla vita democratica italiana, una volontà «di trasformarsi in una sorta di protettorato della Repubblica» (L. Violante, Magistrati, Einaudi, Torino, 2009, p. 166) che porta ad inseguire “fenomeni” più che ad accertare la fondatezza di notizie di reato. L’esempio più clamoroso da questo punto di vista è costituito da tutto il processo allo Stato sulle presunte trattative con la mafia. Un grande docente di diritto penale come il prof. Giovanni Fiandaca ha scritto a tal proposito: «È un previo giudizio di forte disapprovazione, politica e morale, dell’idea stessa di trattativa che fa da retroterra dell’indagine giudiziaria: è questo – per così dire – fattore “pre-comprensivo”, che spinge l’organo dell’accusa a ricercare nelle vicende indagate una qualche forma di illecito penale. Ma […] nei moderni ordinamenti giuridici il peccato o l’immoralità non costituiscono automaticamente un crimine. Per punire un fatto non basta disapprovarlo, ma occorre individuare una legge che lo configuri espressamente come reato (principio di cosiddetta legalità)» (La mafia non ha vinto, Laterza, 2014, pp. 70-71).

Negli ultimi anni si è assistito al farsi largo negli ordinamenti nazionali di una lunga lista di nuovi diritti (al matrimonio omosessuale, alla genitorialità, al figlio sano, alla sospensione delle cure e a morire, ecc.) attraverso la via giurisdizionale.

Lasciando da parte ulteriori riflessioni sulla nostra storia repubblicana, occorre chiedersi se quel conflitto è stato sanato e ciascun potere è tornato ad essere nuovamente limitato per diritto e competenza.

Negli ultimi anni si è assistito al farsi largo negli ordinamenti nazionali di una lunga lista di nuovi diritti (al matrimonio omosessuale, alla genitorialità, al figlio sano, alla sospensione delle cure e a morire, ecc.) attraverso la via giurisdizionale. Questa, a differenza della necessità della politica di entrare in sintonia con il comune sentire del corpo elettorale, mediare tra diverse forze e costruire un consenso intorno alle decisioni, impone al giudice di risolvere il caso che a lui viene posto. E può capitare che addirittura la giurisprudenza “straniera” migri in altre nazioni e faccia scuola a livello globale. L’Italia, oltre al suo portato storico particolare menzionato, non è esente da tale dinamica. Lo abbiamo visto quando la Corte d’Appello di Milano, in una situazione di vuoto legislativo relativamente alle persone in stato vegetativo permanente, autorizzò la sospensione dell’alimentazione e idratazione per Eluana Englaro provocandone la morte per fame e sete. Lo abbiamo visto ancora nel 2010 quando, con sentenza n. 138, la Corte costituzionale ha affermato il diritto alla vita di coppia per le persone omosessuali ed ha imposto al dibattito politico una legge sulle unioni civili.

Al di là delle schermaglie di partito e di come la si pensi nel merito delle singole vicende, chiunque governi la cosa pubblica ormai non può esimersi dall’affrontare una tendenza sempre più diffusa nel mondo occidentale, e in modo più traumatico nell’Italia degli ultimi vent’anni: la giudiziarizzazione della democrazia. Essa consiste nella progressiva erosione del potere politico da parte di quello giudiziario. Ciò avviene attraverso la frammentazione del processo decisionale a vantaggio di gruppi che, disponendo spesso di ingenti risorse per rivendicare presunti diritti davanti ad un giudice (nazionale o sovranazionale poco importa), possono bypassare i tradizionali percorsi della democrazia rappresentativa e premere o imporre per via giudiziaria una soluzione legislativa. La giudiziarizzazione, così, finisce per coronare quella funzione di supplenza della magistratura nei confronti di chi viene selezionato (e sanzionato) attraverso una legittima competizione elettorale. Ecco perché oggi, per la loro stessa sopravvivenza, si ripropone all’attenzione delle democrazie post-moderne l’antico adagio di Giovenale: «Chi custodirà i custodi?».

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