Politica antipolitica

17 Febbraio Feb 2017 1532 17 febbraio 2017

L'Italia è in piena emergenza giovani

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Nell’ultimo periodo la cronaca ci ha reso conto di una serie di suicidi di giovani e giovanissimi. Le motivazioni sono le più diverse e spesso, purtroppo, ogni singola storia è stata strumentalizzata da media e opinion leader per farne una bandiera delle proprie campagne. Dalla vicenda del giovane di Lavagna a quella del trentenne di Tarcento che, addirittura, è stato usato come clava contro un singolo ministro. Ogni storia è un mondo a sé e il “male di vivere” che irrompe nelle singole esistenze è “imponderabile”, come ha detto la madre di Lavagna ai funerali del figlio. E non può essere ridotto ad analisi socio-economiche, perché non è quella la sua natura e l'eventuale risposta in quei soli termini risulterebbe comunque inadeguata. Occorre fermarsi con reverenza alla soglia del mistero che è la vita di ciascuno. Anche se il pollice scalpita per il voyerismo di auto-esporsi sui social con un post o un tweet che, il più delle volte, ci illudiamo scaccino il nostro “male di vivere”.

Le giovani generazioni pagano due volte le pensioni di oggi senza garanzie per le loro di domani

Che l’Italia sia un Paese per vecchi lo si può dire lasciando riposare in pace le singole vittime dei suicidi che pure hanno riempito le pagine di cronaca nell’ultimo periodo. Lo si può affermare stando semplicemente ai dati spesso taciuti o sussurrati a bocca mezza chiusa. Oppure guardando la realtà quotidiana, fatta anche di chi, mettendo su famiglia da giovane, si trova a fare più lavori per non scivolare appena nasce un figlio nella categoria dei working poor, cioè coloro che pur lavorando hanno stipendi poveri. Colpisce, per esempio, che in un dibattito politico in cui tutti sbraitano contro l’innalzamento dell’età pensionabile (per raccattare un consenso immediato) e promettono di spendere di più in pensioni, si censuri quanto lo scorso 9 febbraio ha riferito al Parlamento la Corte dei conti in merito alla gestione finanziaria dell’Inps: «per la prima volta dall’istituzione dell’ente», si legge nella nota diffusa, il patrimonio netto vedrà il segno meno nel 2016, raggiungendo 1,73 mld sotto lo zero. Il che significa che l’esborso delle prestazioni sarà sempre più garantito dallo Stato, cioè dalla fiscalità generale. Ovvero dai lavoratori di oggi. Giusto per esemplificare con qualche numero: nel 2015 la spesa è stata di 307,83 miliardi (+ 4,26 mld rispetto al 2014) e il contributo annuale arrivato all’Inps dalla fiscalità generale è stato di 103,6 mld (+ 5,2 rispetto all’anno precedente). E tornando invece alla situazione finanziaria dell’Inps, chi garantisce le maggiori entrate contributive all’ente è la gestione parasubordinati (per es: i lavoratori a progetto e i collaboratori occasionali) con 7.198 milioni, cresciuta del 3,7% rispetto al 2014. Insomma, le giovani generazioni di lavoratori pagano due volte le pensioni di oggi senza garanzie per le loro di domani. Lo fanno attraverso i propri contributi all’Inps e con le loro tasse, tra le quali è da annoverare anche l’imposizione sulle forme di pensione integrativa, che dal 2015 ha registrato un aumento dell’aliquota sui fondi di previdenza complementare dall’11,50% al 20%.

Il 39,5% tra i 25 e i 34 anni è in cerca di lavoro e sono 2,5 milioni i giovani che né studiano e né lavorano. La demografia fa il resto

Un ragionamento complessivo ovviamente non può poi prescindere da uno sguardo sui dati occupazionali, che parlano di una situazione ferma al palo: nel 2016 sono cresciuti di 410 mila gli occupati over 50 (probabilmente per effetto proprio dell’innalzamento dell’età pensionabile), ma sono diminuiti di 149 mila quelli tra i 35 e i 49 anni e di 20 mila i lavoratori tra i 25 e i 34 anni (e il 39,5% di questa fascia d'età è in cerca di lavoro). Così come sono cresciuti gli inattivi, facendoci contare tra l’altro 2,5 milioni di cosiddetti Neet, ovvero giovani che né studiano e né lavorano. La demografia fa il resto: gli italiani invecchiano sempre di più e fanno meno figli, con il risultato che la spesa sociale (pensioni, sanità e assistenza) è destinata ad esplodere ma senza poter più poggiare su una vasta popolazione di lavoratori che la garantiscono con i propri contributi previdenziali e fiscali. Secondo l’Istat, infatti, lo scorso anno sono nati 162 mila bambini in meno di quante sono le persone morte nello stesso periodo. Ed anche il famoso contributo degli immigrati rientra più nell’ambito della propaganda che in quello della realtà, perché in assenza di politiche familiari vere, di servizi adeguati e reti parentali di sostegno, una volta giunte nelle nostre città anche le donne straniere si adeguano ad i nostri tassi di fecondità. Ecco perché l’Italia non è proprio un Paese per giovani.

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