Politica antipolitica

10 Marzo Mar 2017 1331 10 marzo 2017

Spesa sociale e carichi familiari: i punti deboli del ddl povertà

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Il Parlamento ha approvato una legge che delega il Governo a strutturare un intervento universale a sostegno degli italiani che versano in condizioni di povertà e di esclusione sociale. Si parla di Reddito di inclusione (Rei) e di accesso a servizi di rinserimento sociale e lavorativo messi in campo dagli enti locali. L’Alleanza contro la povertà, un cartello che mette insieme 35 organizzazioni che vanno dai sindacati alla Caritas, ha avuto il merito di avanzare questa proposta. Tra l’altro in modo da allineare l’Italia agli altri partner europei nella lotta alla povertà, specie in un momento di forte crisi, e agganciando il sostegno economico a servizi che riattivino la persona, la sua autonomia e superando, almeno negli inenti, il mero assistenzialismo. Sulla misura sono previsti 2 miliardi, che salgono a 2,2 nel 2018, con l’obiettivo di raggiungere circa 400 mila famiglie, in cui vivono 1 milione e 700 mila italiani, tra i quali 800 mila minori.

Il nuovo Reddito di inclusione rischia di essere uno strumento che si aggiunge ad altri con la conseguenza di non centrare l’obiettivo del contrasto all’esclusione sociale. [...]. Al netto di pensioni e sanità, la spesa per prestazioni sociali è già di 97 mld

Per quanto il principio che ispira la proposta è condivisibile e la domanda esiste, cresce e chiede di essere ascoltata, anche il nuovo Rei rischia di essere uno strumento che si aggiunge ad altri con la conseguenza di non centrare l’obiettivo del contrasto all’esclusione sociale. A meno che Governo e Parlamento non decidano di affrontare quelle riforme strutturali, per le quali tra l'altro è iniziata questa legislatura, in cui inserire dignitosamente anche nuovi e più efficaci strumenti di politiche sociali che accompagnino le persone nei momenti di bisogno. Infatti, finché non si affronterà la grande questione della spesa sociale italiana, in gran parte affidata ad un istituto nato esclusivamente per la previdenza e per erogare pensioni, e della definizione di ruoli e competenze (e relative risorse) degli enti locali, ogni strumento è destinato ad aumentare costi, produrre inefficienze e non colpire nel segno.

Spesso si sente dire che in Italia si spende poco per il welfare, ma non è vero. Dal 2012 al 2015 la spesa per le prestazioni sociali è aumentata del 2,6%, a fronte di un Pil cresciuto solamente dello 0,009%. Nel 2015 abbiamo pagato tra pensioni, sanità e assistenza 447,369 miliardi, cioè il 54,13% di tutta la spesa pubblica. Al netto di pensioni e sanità tra assegni e contributi sociali, di invalidità, di accompagnamento, assegni e trattamenti familiari, integrazioni salariali, disoccupazione, Aspi, malattia e maternità (interventi erogati dall’Inps, ma divisi tra gestione assistenziale e prestazioni temporanee) la spesa raggiunge i 97,335 miliardi. In una città come quella di Milano, per esempio, il 57% delle risorse pro capite per il welfare locale proviene proprio dagli istituti previdenziali e assistenziali, finendo direttamente in mano a individui e famiglie, in un flusso di denaro incontrollato e frammentano, a cui spesso si sovrappongono gli interventi di Comune, Regione e Asl, che non riescono a condividere una banca dati con l'Inps. Quindi non si spende poco. Casomai si spende male, perché la spesa sociale è priva di regole certe, spesso condizionata dagli interventi momentanei di chi governa e non soggetta a monitoraggi e controlli. Oltre che a squilibri tra territori, i quali – non godendo di un’autonomia contributiva – si appoggiano alla fiscalità generale: le numerosissime prestazioni sociali erogate in regioni del sud (leggasi "pensioni d'invalidità"), poggiano sui contributi che provengono da quelle del nord.

C'è un ulteriore elemento che rischia di indebolire la nuova misura del Rei: il requisito dell’Isee

Infine c’è un ultimo elemento che rischia di indebolire la nuova misura del Reddito di inclusione: il requisito dell’Isee. L’indicatore della situazione economica, infatti, è un meccanismo che non fotografa come si deve la condizione reale delle famiglie. Oltre all’eccessivo peso dato alla casa, non prevedendo adeguate franchige per componente equivalente, tanto in caso di proprietà che di affitto, e – di contro – in assenza di una rivalutazione complessiva dei valori catastali avvicinandoli a quelli di mercato (con la conseguenza che alcuni nuclei risultano più poveri di quello che sono realmente), rimane aperto il problema dei carichi familiari. L’attuale Isee risulta ancora troppo avaro nei confronti dei componenti il nucleo, poiché pesa ogni figlio con un coefficiente di 0,39. Oltralpe, per esempio, ai primi due figli viene assegnato un coefficiente di 0,50 che sale ad 1 dal terzo in poi. Facendo la differenza nel pagamento delle tasse, nei costi per la famiglia e nell’accesso ai servizi. Forse, in un Paese come il nostro, in cui nascono pochi figli, è sempre più vecchio e, quindi, in prospettiva, dovrà spendere sempre di più in prestazioni sociali, una politica di contrasto alla povertà può passare anche da un’attenzione ai reali carichi familiari completamente diversa da quella attuale. Che oltretutto condiziona, e rischia di vanificare, qualunque intervento di lotta all’esclusione sociale.

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