Politica antipolitica

18 Maggio Mag 2017 1729 18 maggio 2017

Chiedo scusa se parlo di Maria

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«Chiedo scusa se parlo di Maria» cantava Giorgio Gaber, spiegando: «Quando dico parlare di Maria/ voglio dire di una cosa che conosco bene/ certamente non è un tema appassionante/ in un mondo così pieno di tensione/ certamente siam vicini alla pazzia/ ma è più giusto che io parli di Maria». Infine Gaber identifica Maria con la realtà, tanto che – cantava ancora – «se sapessi davvero capire la sua esistenza/ avrei capito esattamente la realtà». Come il Signor G, così anch’io chiedo scusa al lettore se parlo di Maria. Ci sono cose molte più impellenti che dovrebbero occuparci i pensieri, non c’è dubbio. I migranti, la crisi, la disoccupazione, la condizione giovanile, l’emergenza educativa, forse pure la legge elettorale. Eppure è giusto che si parli di Maria, perché se ne capissimo le implicazioni, potremmo capire meglio anche tutto il resto. Insomma, la realtà.

Foto Omnimilano

Questa è stata una settimana dominata da Maria. Papa Francesco si è recato in Portogallo, a cento anni dalle apparizioni della Signora di Fatima. A Milano, poi, è giunta una riproduzione della statua presente nel santuario portoghese. Scortata dai carabinieri è passata prima da Palazzo Pirelli, per giungere poi in Duomo ed infine in una parrocchia di periferia, a sud della città. Nelle stesse ore, in un’altra zona di Milano, nel Parco delle Cave veniva restituita agli abitanti dei quartieri Baggio e Quarto Cagnino un’edicola contenente una miniatura della Madonnina. Dei vandali l’avevano distrutta. E dei vandali, notizia sempre di questi giorni, hanno occupato in via Gadames, zona Certosa, uno stabile di proprietà dei Pardi Passionisti, esposto al balcone imbavagliata una statua della Madonna e appeso striscioni con scritte oscene. Un atto oltraggioso e sacrilego, come hanno lamentato la Diocesi e Famiglia Cristiana, su cui però le autorità pubbliche hanno taciuto e non hanno mosso un dito. Del resto il Comune di Milano è governato da una maggioranza che nello scorso mandato ha provato a regolarizzare il Leonkavallo, mentre in quello in corso ha annunciato l’intenzione di riconoscere le occupazioni di un altro collettivo, Macao.

Se c’è la paura e il disprezzo per i contenuti della nostra tradizione, non ci sarà vita in comune

Qui c’è qualcosa di più che la semplice difesa della sensibilità religiosa della popolazione cristiana. Maggioranza o minoranza che sia. C’è molto di più della contiguità tra una certa sinistra barricadera e di lotta e quella che governa le istituzioni locali e nazionali. C’è esattamente di mezzo la realtà, proprio come diceva Gaber. C’è di mezzo la realtà del nostro tempo. Sabato, raccogliendo idealmente il testimone dalla prima manifestazione a favore dei migranti svoltasi a febbraio a Barcellona, nelle strade del capoluogo lombardo sfileranno migliaia di persone per ribadire i valori dell’accoglienza, della tolleranza, del rispetto. Parole che rischiano di essere vuoti slogan se sradicate da una cultura ed una storia che ne ha dato il senso più profondo. Se c’è la paura e il disprezzo per i contenuti della nostra tradizione, non ci sarà vita in comune. Nella Milano in cui guardando col naso all’insù, verso la guglia maggiore del Duomo, s’intona sota a ti se viv la vita, occorre fare proprie le riflessioni di Francesco. E farlo in modo del tutto laico. A prescindere dalle convinzioni religiose di ciascuno. «Molte forme di intenso sfruttamento e degrado dell’ambiente – ha scritto il Pontefice nella sua enciclica sociale – possono esaurire non solo i mezzi di sussistenza locali, ma anche le risorse sociali che hanno consentito un modo di vivere che per lungo tempo ha sostenuto un’identità culturale e un senso dell’esistenza e del vivere insieme. La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale e vegetale. L’imposizione di uno stile egemonico di vita […] può essere tanto nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi» (Laudato si’, n. 145).

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