POPOLI & POLIS

18 Febbraio Feb 2017 1800 18 febbraio 2017

“To split or not to split?”

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Con toni da dilemma shakespeariano la domanda si aggira ossessiva per l’Italia virtuale: quella della rete, dei media e dei palazzi. Forse anche (ma meno) nelle piazze e nelle case dell’Italia reale, oggi soprattutto occupata, per dirla con Carducci, a tirare “quattro paghe per il lesso”.

Scissione o non scissione? È opportuna o evitabile, utile o drammatica, risolutiva o tragica, rigeneratrice o apocalittica? E chi più aggettivi ha, più ne metta. Sono già stati usati tutti.

Dopo aver posto il dilemma, la battuta amletica prosegue con un breve commento: “That is the question”… ma nel caso di Amleto era vero: “essere o non essere” era il punto. Nel caso del Partito Democratico, no, la scissione, a parer mio, non è “il” problema.

Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani, Massimo D'Alema

Premetto che sono certamente legittimi i temi di fondo che le varie anime del PD stanno affrontando in questi giorni. E sono certamente serie le domande che si stanno ponendo proprio oggi, da una parte e dall’altra della barricata, in vista dell’assemblea di domani che, qualunque sia il suo esito, segnerà uno spartiacque nella vita del più grande partito europeo di centrosinistra.

Detto questo, il problema, per dirla con una formula, non è la scissione ma la visione.

Il problema non è la scissione ma la visione.

Le componenti originarie del PD – il Partito Comunista e una parte della Democrazia Cristiana – una visione l’avevano, condivisibile o meno, ma sempre chiara. Ed era questa visione a costituire la connessione sentimentale più forte con il popolo dei loro elettori. Pur se dettata in parte da interessi superiori (delle “chiese” di Roma, Washington o di Mosca per esser semplici), la visione di ciascuno dei due grandi partiti della storia italiana era un vero “progetto di futuro”, che dava voce politica alle aspirazioni e ai bisogni dei cittadini che li votavano.

A guardare le affermazioni che stanno facendo oggi i renziani, la minoranza di sinistra e i pontieri del PD si ha la netta impressione che nessuno di loro esprima invece un “progetto di futuro”. Come ha ben scritto Tommaso Cerno nel suo ultimo editoriale, viviamo in un momento storico “dove sta cambiando l’uomo e il suo modo di stare al mondo”. E intanto la sinistra italiana sta discutendo “di mozioni, tessere, conferenze programmatiche, regole, documenti fotocopia e ancora mozioni. Di nulla”.

Per uscire dal nulla, è indispensabile ritrovare ciò che anche alcuni esponenti illustri del PD rimpiangono: il pensiero lungo. Da questo pensiero lungo non può mancare una dimensione che rappresenta senza ombra di dubbio lo scenario dove si stanno già giocando tutte le nostre prospettive d’avvenire: l’Europa.

In questo momento di reazioni populistiche, di nazionalismi arcaici e xenofobie intollerabili che stanno occupando il vuoto del palcoscenico europeo, solo chi saprà rappresentare un vero progetto di rinnovamento del nostro continente e spiegarlo con passione e intelligenza ai suoi cittadini andrà nel senso della storia.

Perché senza Europa non ci sarà futuro. Non sarà certamente uno dei suoi piccoli stati-nazione a poter rispondere da solo alle sfide immense e globali del nostro tempo. Tantomeno uno dei suoi partiti.

Ieri centinaia di migranti hanno sfondato il muro di Ceuta e sono entrati in Spagna: non bastano le barriere a fermare un’odissea che non è congiunturale ma epocale e durerà a lungo. Intanto, il baricentro geopolitico del mondo si sta spostando verso il Pacifico. Saranno gli equilibri politici ed economici tra gli Stati Uniti e i giganti asiatici – Cina e anche India – a decidere le nostre sorti. Lo sarà anche il ruolo di Putin che, nonostante un’economia russa a pezzi e un’inflazione al 13%, resta popolare in patria, combatte in ogni scenario di guerra aperto nel mondo e – come ha scritto oggi “Pagina99” – punta alla riconferma grazie alla risalita del greggio e all’elezione di Trump. E conduce una guerra segreta contro l’Unione Europea. Un’Unione che sia lui sia la nuova amministrazione americana mirano a marginalizzare, riducendola in frammenti. Non a caso.

Un’Europa unita e forte costituirebbe infatti la sola variabile innovativa nell’inquietante scenario mondiale che si va disegnando. Noi non abbiamo materie prime, ma disponiamo di un mercato più vasto, per numero di persone, di quello americano e di un saper fare antico – strategico, tecnologico e culturale – che resta senza eguali.

Un’Europa unita e forte costituirebbe la sola variabile innovativa nell’inquietante scenario mondiale che si va disegnando.

Ad averlo compreso più degli stati, paiono essere le città. Quelle che un intellettuale catalano ha di recente definito le “città ribelli”, che stanno dialogando tra loro – incuranti delle divisioni nazionali e delle beghe partitiche – per trovare soluzioni congiunte a problemi comuni. È da queste comunità – le “Polis” – e dai loro cittadini che potrebbe e dovrebbe ripartire il disegno europeo.

Per tornare al quesito amletico iniziale, sono in molti ad augurarsi, me compreso, che il PD resti unito, semplicemente perché – in politica e in natura – vale il criterio di riferimento secondo il quale “l’unità prevale sul conflitto”. Tuttavia, più importante ancora dell’unione è la progettualità.

Auguriamoci allora che già da domani il più grande partito europeo di centrosinistra ci dia un segnale che sappia tornare ai fondamentali della Politica: ricordare che il consenso non si ottiene attraverso le dimensioni. Non si è forti perché si è grandi, ma si è grandi quando si è forti. E nemmeno si ottiene grazie ai centri di interesse che si rappresentano e sono fonte di un successo labile, perché strumentale e tattico. Il consenso reale e duraturo nasce dalla visione condivisa.

Non si è forti perché si è grandi, ma si è grandi quando si è forti.

E auguriamoci anche che, in questa visione condivisa, sempre che qualcuno voglia disegnarla, ci sia spazio per l’edificazione di una nuova Europa: che ci piaccia o meno, l’Europa sarà parte integrante del nostro futuro.

La storia – con i suoi corsi e ricorsi – è come la calata di lava che scende da un cratere vulcanico: lenta, ma inesorabile. Cerchiamo di prevederne il corso e non esserne le prossime vittime.

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