POPOLI & POLIS

22 Febbraio Feb 2017 1945 22 febbraio 2017

L'Europa e il PD

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Qualcuno ha scritto con illuminato acume che, tra i principi e criteri di riferimento per interpretare gli accadimenti, “la realtà è più importante dell’idea”. Anche la scissione in atto nel Partito Democratico andrebbe quindi guardata con un senso di realtà capace di andare oltre le enunciazioni, spesso strumentali, tattiche o retoriche, dei suoi vari protagonisti.

La realtà è più importante dell'idea. Anche la scissione in atto nel Partito Democratico andrebbe quindi guardata con un senso di realtà.

Valutare il reale per quello che è (o potrebbe diventare) significa guardarlo a 360°, cioè sotto ogni possibile angolatura. Ce n’è una, in questa vicenda senza fine, che nessuno ha ancora preso in conto seriamente, pur se fondamentale: l’angolatura europea.

Oggi il PD è, con la CDU o Unione Cristiano-Democratica tedesca, la più vasta rappresentanza politica che siede nel Parlamento europeo: il partito di Angela Merkel ha 34 deputati nell’emiciclo di Strasburgo, il PD 30. Sono quindi entrambe componenti politicamente fondamentali dei due schieramenti rispettivi: il Partito Popolare Europeo per la CDU, l’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici per il PD.

Composizione del Parlamento europeo

fonte: sito web UE

Che cosa avverrà dopo la scissione italiana? Per ora le previsioni sono fluide: “Repubblica” e altri media si aspettano che gli scissionisti eletti in Europa siano tre (Antonio Panzeri, Massimo Paolucci e Flavio Zanonato). In realtà il gruppo degli eurodeputati si è già spaccato, e in misura molto maggiore, al momento dell’ultima votazione importante avvenuta a Strasburgo: quella relativa al CETA o Accordo Economico e Commerciale Globale con il Canada, approvato dal Parlamento europeo il 15 febbraio scorso. Dei deputati PD, solo tredici hanno votato a favore: i renziani dichiarati o simpatizzanti. Otto si sono schierati contro, così come Sergio Cofferati ed Elly Schlein, che però – pur se eletti nelle liste PD – hanno lasciato la delegazione democratica qualche mese fa. Una, Elena Gentile, si è astenuta. Gli altri erano assenti.

È indubbio che i socialisti e socialdemocratici europei non abbiano una visione comune sui temi della globalizzazione e del libero mercato. Ma è anche verosimile che sulla spaccatura di Strasburgo abbiano influito le divergenze di Roma, tanto più se si considera che sia Paolo Gentiloni sia Matteo Renzi avevano dato alla delegazione europea indicazioni pressanti e precise di approvazione del CETA.

Che cosa farà questo vasto gruppo di europarlamentari dopo la scissione? Quanti seguiranno davvero gli scissionisti? In quale consesso europeo siederanno?

Si tratta solo di un primo esempio di dicotomia che sollecita una serie di domande. Che cosa farà questo vasto gruppo di europarlamentari dopo la scissione? Quanti seguiranno davvero gli scissionisti? In quale consesso europeo siederanno? E, soprattutto, il PD renziano – sempre più orientato al centro – continuerà a far parte del gruppo socialdemocratico o avrà la tentazione di un ritorno al PPE, di cui oggi fanno parte Forza Italia e il Nuovo Centrodestra alfaniano? L’Europa diventerà così la prefigurazione internazionale del cosiddetto partito della nazione italiano? Oppure potrebbe il PD spostarsi verso quella formazione liberale, l’ALDE di Guy Verhofstadt, fortemente europeista, che ha risposto di recente picche a Grillo e che continua ad attrarre il francese Emmanuel Macron, per molti versi affine a Matteo Renzi? È certo che l’arrivo della copiosa compagine renziana all’ALDE (che conta oggi 68 deputati) incrementerebbe notevolmente il peso politico dei liberali e offrirebbe al nuovo PD un peso negoziale notevole.

E ancora, che cosa accadrebbe invece nell’improbabile ipotesi in cui a vincere le primarie italiane per la segreteria fossero i contendenti di Renzi, cioè (presumibilmente) Andrea Orlando, più a sinistra rispetto all’attuale segretario, o Michele Emiliano, che non si capisce bene da che parte stia e, qualunque essa sia, la cambia spesso?

Michele Emiliano e Andrea Orlando

Oggi l’Europa è vista come un’entità astratta da molti cittadini e non sembra far parte nemmeno delle priorità dei politici italiani, troppo presi a parlare di se stessi. Queste domande tuttavia non sono né accessorie né lontane nel tempo e nello spazio. Richiedono attenzione e risposte immediate. Per due ragioni: una storica e una di pressante attualità.

La storia insegna quanto la collocazione europea di formazioni nuove sia materia delicata, tale da influire sulle vicende nazionali e mettere in gioco i fragili equilibri nascenti.

La storia insegna infatti quanto la collocazione europea di partiti o formazioni nuove sia materia delicata, tale da influire sulle vicende nazionali e mettere in gioco i fragili equilibri nascenti. Alcuni di noi hanno certamente l’età per ricordare la tormentata vicenda dell’Ulivo. Correva l’anno 1999, quando Romano Prodi propose la formazione di liste uliviste comuni per il Parlamento europeo, che potessero diventare trasversali e non identificarsi né con i popolari né con i socialisti. Si trovò davanti la ferma opposizione di Walter Veltroni da un lato e Dario Franceschini dall’altro. Veltroni parlò dell’impossibilità di sovrapporsi alle “due famiglie storiche europee” e Franceschini disse addirittura che si rischiava “di farsi ridere dietro”. La soluzione fu un piccolo compromesso, che stabilì che ogni europarlamentare italiano ulivista si sarebbe collocato nel gruppo storico di appartenenza, dando vita tuttavia a “un coordinamento e a un confronto programmatico tra le diverse aree”. Come noto, l’Ulivo restò congelato come simbolo europeo e il contrasto sulla collocazione in Europa ebbe conseguenze sulla sua compattezza in Italia.

Dario Franceschini, Romano Prodi, Walter Veltroni

Si sarebbe dovuti arrivare al 1° marzo 2014 e a Matteo Renzi per vedere il PD, erede dell’Ulivo, collocarsi nel consesso dei socialdemocratici europei. E pure quel giorno, definito “storico” da molti, la direzione del Nazareno non fu unanime nel voto. Beppe Fioroni, in particolare, si oppose in maniera emotiva e virulenta alla decisione, attirandosi battute al veleno di Massimo D’Alema. Insomma, il clima non fu e non rimase dei più costruttivi.

Se dalla lezione storica passiamo all’attualità, oggi la situazione è ancora più complessa e difficile di quanto non fosse all’epoca di quei fatti. Come ormai sono in molti a riconoscere, il 2017 – sessantesimo anniversario dei trattati di Roma – sarà un anno cruciale per l’Europa e per la sua stessa sopravvivenza.

In calendario ci sono celebrazioni e riunioni, tra cui le cerimonie romane di marzo e il G7 di Taormina di maggio, dove sarebbe bene che l’Europa si presentasse in forma smagliante al primo incontro con il neoeletto presidente americano.

Il 2017 – sessantesimo anniversario dei trattati di Roma – sarà un anno cruciale per l’Europa e per la sua stessa sopravvivenza.

E, al di là dei riti, c’è soprattutto la sostanza della politica, marcata da date non anodine per il futuro del continente: in marzo le elezioni olandesi cui prende parte il leader populista, xenofobo e antieuropeista Geert Wilders, in testa nei sondaggi fino a poco tempo fa; a fine aprile e inizio maggio i due turni delle presidenziali francesi, con il ben noto rischio lepenista all’orizzonte; il 22 ottobre le elezioni politiche tedesche, dall’esito incerto. A esse si aggiungeranno, forse, quelle italiane e certamente i referendum su voucher e appalti promossi dalla CGIL che dovrebbero tenersi in primavera e il cui esito inciderà sulle relazioni dell’Italia con l’Unione, già in questi giorni ferma nel richiedere una correzione dei conti pubblici entro aprile.

A queste scadenze europee, che da sole bastano per far tremare le vene ai polsi, si aggiungono eventi internazionali che potrebbero incidere pesantemente sull’avvenire economico e il ruolo geopolitico dell’Europa: le elezioni presidenziali in Iran di maggio, nelle quali non è certo che vincerà il moderato Hassan Rohani, la cui stella è offuscata in patria, e il congresso del Partito Comunista Cinese in autunno, le cui scelte avranno certamente ripercussioni pesanti sui PIL del mondo, nessuno escluso. Per chiudere, resta la spada di Damocle costante di Trump e Putin a pendere sul capo dolente di un continente già fragile.

Alla luce di questo quadro d’insieme, ci sembra più che legittimo chiederci che cosa faranno i due o più partiti che usciranno dalla scissione del PD e che rappresentano la più importante voce italiana in Europa. Quali saranno la loro collocazione politica, il loro impegno, i loro convincimenti, i loro valori e, soprattutto, la loro visione europea?

Matteo Renzi

Noi restiamo convinti che senza Europa non ci sarà futuro per nessuno dei suoi piccoli paesi. E che, per costruire questo futuro ci voglia un’Europa nuova: più unita, più forte, più umana. E loro? Che cosa ne pensano Renzi, Orlando, Emiliano, Rossi, Speranza, D'Alema, Bersani e tutti gli altri sulle barricate?

La risposta è urgente, perché la storia non aspetta.

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