POPOLI & POLIS

25 Febbraio Feb 2017 1629 25 febbraio 2017

The Great Wall: Politica o Comunicazione?

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The Great Wall: un kolossal epico che induce a riflettere, fin dal titolo, sull’antica e intricata relazione tra comunicazione e politica.

Uscito in Cina il 16 dicembre 2016, negli Stati Uniti il 17 febbraio scorso e in Italia due giorni fa, questo film dal budget immenso è frutto della prima ambiziosa co-produzione sino-americana: regista cinese prestigioso (Zhāng Yìmóu, quello di Lanterne Rosse), protagonista statunitense celebre (Matt Damon), genere americanissimo (action movie in costume con effetti speciali mozzafiato) e soprattutto – a fare da trait d’union tra le due culture – una “morale della favola” che funziona perfettamente per entrambe.

L’icona cinese per eccellenza, appunto la Grande Muraglia, diventa l’ultimo baluardo contro i mostri alieni, i “Taotie”, che rappresentano l’“altro” da noi: l’estraneo, il diverso. E sono, ovviamente, orrendi e minacciosi.

L’icona cinese per eccellenza, la Grande Muraglia, diventa l’ultimo baluardo contro i mostri alieni, l’altro da noi, l’estraneo e il diverso: 'Se cade la Muraglia, cade tutto il mondo'.

The Great Wall (2017)

“Se cade la Muraglia, cade tutto il mondo”, afferma la protagonista cinese della storia. La battuta non può dispiacere né a Xi Jinping né a Donald Trump. Il primo promuove consapevolmente, attraverso questo gigantesco polpettone moderno, la supremazia cinese nel mondo: senza la Cina, il pianeta sarebbe finito. Il secondo si ritrova a disposizione, quasi casualmente, un’arma di distrazione di massa che dimostra il valore fondamentale della sua nuova politica dei muri ai confini. Quasi casualmente perché, per essere precisi, le riprese del film sono iniziate nel 2015, ben prima cioè che il tycoon accedesse alla West Wing nello sgomento attonito di chi non aveva proprio immaginato questo spariglio delle carte in tavola.

I regimi di stampo comunista non sono certo nuovi all’uso del cinema come strumento di propaganda. Lo hanno sempre fatto, anzi, in maniera programmatica e tutto sommato trasparente. Ancor meno lo è la cultura americana, più furba ed evoluta, che impiega da sempre la comunicazione audiovisiva come veicolo di politica “subliminale”, cioè adottando la tecnica tipica del marketing e della pubblicità che consente di trasmettere informazioni alle masse e suscitare i loro bisogni, le loro reazioni, le loro paure senza che ne abbiano consapevolezza.

Le immagini riflettono ed enfatizzano le tendenze popolari, piuttosto che stimolare nuove idee e opinioni. I giornali cercano le notizie più adeguate per i lettori, il cinema fa lo stesso con l'intrattenimento.

Edward Bernays

Lo disse fin dal 1928 il primo spin doctor del mondo, Edward Bernays, nato a Vienna e cugino di Freud, nel suo famoso libro Propaganda: “Il cinema USA è il maggior vettore inconsapevole di propaganda nel mondo di oggi. Un film può standardizzare idee e abitudini di una nazione. Poiché le immagini sono fatte per soddisfare le richieste del mercato, esse riflettono ed enfatizzano le tendenze popolari, piuttosto che stimolare nuove idee e opinioni. I giornali cercano le notizie più adeguate per i lettori, il cinema fa lo stesso con l'intrattenimento”.

Che le grandi major americane abbiano avuto e abbiano connessioni dirette con il Pentagono e la CIA è acclarato dalla storia. E lunghissimo è l’elenco dei film che sono stati indicati come veicolo di messaggi subliminali. Basti ricordare L’esorcista del 1973, che suscitò orrore per tutti i “Satana” del mondo e il cui autore, William Blatty, era addirittura un ex agente operativo della CIA; The Day After del 1983, una manna per l’industria bellica statunitense, perché favorì la corsa agli armamenti atomici; Top Gun del 1986, fortemente voluto e in parte finanziato dalla Marina americana, che generò una crescita portentosa nell’arruolamento di volontari (oltre a fare la fortuna di giubbotti e pantaloni Avirex sui mercati mondiali); infine Aladin del 1992, uscito subito dopo la prima Guerra del Golfo e studiato dalla Disney (una delle major più attive ed efficaci nella comunicazione subliminale) per trasmettere idee stereotipate sul mondo arabo, al punto che la prima versione fu rivista perché troppo in odore di razzismo.

The Day After (1983)

Che le grandi major americane abbiano avuto e abbiano connessioni dirette con il Pentagono e la CIA è acclarato dalla storia. E lunghissimo è l’elenco dei film che sono stati indicati come veicolo di messaggi subliminali.

A fronte di tanta consapevolezza del valore della comunicazione oltreoceano (ma anche in Cina o in Russia), come comunica l’Unione Europea? Tace e attende, oppure utilizza strumenti arcaici, gergali e grigi, che non arrivano a toccare il cervello e il cuore dei suoi cittadini?

Il problema non è secondario e la soluzione non può essere promuovere la comunicazione politica “all’americana”, né la discutibile sapienza manipolatoria dei suoi strumenti e delle sue formule ufficiali. Non basterebbe poter dire “Yes We Can” o “Make America Great Again” per vincere un’elezione.

Ma che la comunicazione sia fondamentale in politica è un dato certo. Per chi vuole essere eletto o già governa la cosa pubblica, comunicare non è solo un modo di creare consenso. Comunicare è un dovere. Se torniamo all’etimologia della parola, alle sue radici, comunicare significa “mettere in comune”. È quindi un dovere per chi ci rappresenta mettere in comune le sue idee, la sua visione, le sue attività e i suoi risultati (o gli ostacoli che si frappongono al loro conseguimento). Ed è anche suo dovere farlo in maniera chiara, comprensibile, non gergale, limpida e umana.

Comunicare in politica è un dovere e l’opaca comunicazione dell’Unione Europea è, in parte, conseguenza della fragilità delle sue istituzioni: l’esecutivo europeo non è eletto, ma nominato dai governanti degli stati membri.

Certamente l’opaca comunicazione dell’Unione è, in parte, conseguenza della fragilità delle sue istituzioni. L’esecutivo europeo, non dimentichiamolo, non è eletto, ma nominato dai governanti degli stati membri. Quindi, viste le loro drammatiche divergenze, non può avere una voce pubblica univoca, forte e chiara. Né può fare ombra a coloro che l’hanno scelto.

È indispensabile tuttavia che l’Europa ponga la comunicazione tra le sue priorità strategiche. Una comunicazione che le consenta di ristabilire molto in fretta una connessione con i suoi cittadini e a parlare con loro. La comprensione e il consenso delle ragioni dell’unità europea sono infatti, in questo momento, fondamentali per la sua sopravvivenza. Altrimenti, come sta succedendo, il palcoscenico europeo sarà riempito solo dal fragore dei populismi. E la natura, si sa, subisce l'horror vacui.

Ma tra manipolazione e silenzio c’è una terza via. L’Europa ha modelli esemplari cui rifarsi per riprendere la sua narrazione interrotta, a cominciare dal primo vero “manuale di comunicazione” della storia: la Retorica aristotelica. Ogni forma di comunicazione dovrebbe associare Logos, Ethos e Pathos. Per dirla in sintesi: competenza del pensiero, coerenza dei comportamenti, forza dei sentimenti.

Nuovo Cinema Paradiso (1988)

È indispensabile tuttavia che l’Europa ponga la comunicazione tra le sue priorità strategiche. Altrimenti il palcoscenico europeo sarà riempito solo dal fragore dei populismi.

La nuova Europa di cui abbiamo bisogno dovrebbe tornare, con umiltà, a queste fonti, che sono parte integrante del suo DNA. Pure oggi, nel tempo virtuale, Logos, Ethos e Pathos funzionano sempre. Anche perché la virtualità del pensiero debole e della democrazia diretta, senza mediatori, sta mostrando sempre di più i suoi limiti. E la gente se ne accorge.

Rinnovare l’Europa significa quindi, anche, comunicarla in modo nuovo. Scegliere una comunicazione politica forte e adulta, reinventare il modello di dialogo tra Polis e Popolo. E abbattere finalmente quel Great Wall che si erge non tanto tra noi e i mostri alieni (non ce n’è bisogno), ma tra l’Unione Europea e coloro che la abitano.

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