POPOLI & POLIS

1 Marzo Mar 2017 0800 01 marzo 2017

EUROPA: GAME OVER?

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“If Le Pen wins, it’s game over for EU”. Se Le Pen vince, l’Europa è finita. Lo ha dichiarato senza mezzi termini Enrico Letta ieri a Malta, aprendo un seminario dell’Istituto Jacques Delors.

Letta fa molto bene a proclamare la cruda verità. E l’ipotesi che evoca non è inverosimile: sempre ieri, un sondaggio di “Le Figaro” ha mostrato una crescita di Marine Le Pen, che si posiziona testa a testa con il candidato centrista Emmanuel Macron. Il repubblicano François Fillon, travolto, come noto, da una pesante inchiesta giudiziaria, arretra pesantemente e non arriverebbe al ballottaggio.

Per completare il cupo quadro, oggi “Repubblica” rende noti i risultati di una ricerca condotta da Voices from the Blogs, osservatorio sui social media dell’Università Statale di Milano, che ha analizzato le opinioni sull’Europa espresse nei mesi più recenti in oltre 200.000 post italiani di Twitter. In sintesi, l’85% dei pareri è antieuropeista. Tecnocrazia, assenza di democrazia ed eccessiva austerità economica sono le critiche principali che vengono mosse a Bruxelles. E oltre il 60% del campione esaminato è in favore di un Italexit.

La situazione dell’Unione Europea non è mai stata così drammatica dalla sua nascita a oggi, la sua distanza dai cittadini mai così vasta, la sua sopravvivenza mai così a rischio.

La situazione dell’Unione Europea non è mai stata così drammatica dalla sua nascita a oggi, la sua distanza dai cittadini mai così vasta, la sua sopravvivenza mai così a rischio. L’assenza di un’identità chiara, la predominanza asfissiante della finanza sulla politica, il tradimento della visione dei padri fondatori perpetrato a forza di compromessi, le divergenze tra gli stati membri, la timidezza dell’esecutivo di Bruxelles impotente di fronte alle sfide internazionali che ci minacciano e incapace di comunicare con la gente.

Ci troviamo insomma dinnanzi ad una profonda “crisi esistenziale” e le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, a metà marzo, rischieranno di somigliare ad una commemorazione funebre più che a un compleanno.

Siamo quindi proprio noi gli europei che verranno ricordati come gli artefici o gli spettatori ignavi di questo indegno passo indietro della Storia?

Se così deve essere allora che sia, ma almeno proviamo a fare in modo che il bene che essa ha compiuto, per il mondo e per ciascuno di noi, non sia “sepolto con le sue ossa”, descrivendone il lascito, perché al di là delle sue fragilità strutturali, l’Europa ci ha trasmesso due enormi e non scontati doni: la pace e i diritti.

Siamo proprio noi gli europei che verranno ricordati come gli artefici o gli spettatori ignavi di questo indegno passo indietro della Storia?

Le armi del terribile secondo conflitto planetario tacquero il 19 maggio 1945. Da allora, abbiamo conosciuto settantadue anni di pace, il più lungo periodo nella storia del continente e del mondo, al punto che ci siamo dimenticati che cosa voglia dire guerra. Fu proprio un disegno di pace a ispirare la visione dei padri fondatori dell’Unione – dal tedesco Adenauer al belga Spaak, dai francesi Monnet et Schuman agli italiani De Gasperi e Spinelli. È indispensabile tornare alle radici di quel grande progetto politico – uno dei più coraggiosi e visionari di ogni tempo – per ricordarne il senso e le ragioni.

È ugualmente vitale sottolineare che “Europa” è divenuta nella Storia sinonimo di diritti umani: nella sua Carta dei diritti fondamentali, l’Unione afferma i valori di dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia, abolisce la pena di morte, combatte la tortura, la tratta di esseri umani e le discriminazioni, tutela le donne, i bambini, le minoranze e gli sfollati e si impegna a promuovere nel mondo la natura universale e indivisibile di tali diritti.

Pericle

Questa “Carta” non è lettera morta. Non è burocrazia tecnocratica. Ha preso vita in ogni angolo d’Europa, perché parte integrante dell’identità europea, definibile con l’aggettivo umanistica. E l’umanesimo europeo è stato e rimane un faro nel mondo. Nessun’altra parte del pianeta ha lo stesso grado di rispetto di ogni individuo, propensione all’accoglienza, tutela della libertà e pratica della civiltà.

Se l’Europa dovesse davvero finire il 7 maggio 2017, pugnalata dell’incoscienza dei populismi, a ciascuno di noi non rimarrà altro che la responsabilità della cura di una immensa eredità.

Non dovremo dimenticarlo mai. Come non dovremo mai dimenticare i tanti uomini e le tante donne che hanno animato quelle visione, che hanno combattuto quelle battaglie, che hanno scritto con il sangue quei diritti. Non dovremo mai dimenticare neanche quei tanti “eroi normali” che dopo di loro hanno vissuto semplicemente tramandandoci questo patrimonio. Senza aver lasciato che venisse disperso.

E se l’Europa dovesse davvero finire il 7 maggio 2017 (perché ha ragione Enrico Letta: la vittoria di Marine Le Pen al ballottaggio francese significherebbe la morte dell’Unione Europea), pugnalata dall’incoscienza dei populismi, a ciascuno di noi non rimarrà altro che la responsabilità della cura di questa immensa eredità.

Ma questo non ci esimerà comunque dall’essere marchiati per sempre dalla Storia, colpevoli di indifferenza, per non aver difeso la nostra Casa e la nostra Civiltà.

Ai posteri l’ardua sentenza.

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