POPOLI & POLIS

28 Marzo Mar 2017 0800 28 marzo 2017

L'Europa e le politiche virtuali

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Il 25 marzo 2017, sessantesimo compleanno dell’Europa, è trascorso. Per fortuna senza danni. Purtroppo senza emozioni. Quattro mesi fa, mi ero già chiesto quale Europa ci stavamo apprestando a celebrare o commemorare: forse un’Europa “senza autorità, senza voce, senza visione, senza strategia, senza futuro?” (GUARDA VIDEO). I miei pensieri non sono cambiati dal novembre 2016 a oggi. Non è bastata la dichiarazione dei ventisette firmata in Campidoglio a dare loro un nuovo slancio. Altri hanno scritto quanto vistosa sia stata la differenza, sabato scorso, tra Milano e Roma, primo tra tutti, con pennino ben appuntito, il direttore di questo giornale: “L’Europa proprio non va di moda. E chi la difende ancora meno. Lo si è capito sabato 25 marzo 2017 quando nei due eventi paralleli – le celebrazioni romane per i 60 anni del Trattato, il papa a Milano – si è visto da che parte stava il consenso. Per darle qualche chance, forse bisognerebbe mandare Bergoglio a guidare l'Ue”.

In Europa nessuno sta trasmettendo un senso, forse perché nessuno ha un progetto o la capacità di comunicarlo

Ma poiché anche io, come Paolo Madron, non ritengo che Bergoglio sia disponibile a trasferirsi a Bruxelles, potremmo chiederci quali sono i motivi di questa diffusa e inquietante disaffezione popolare che tocca, confondendole tra loro, l’Europa e l’Unione Europea. La causa principale mi sembra una: nessuno tra coloro che sono in favore del disegno europeo – governanti, parlamentari, partiti, movimenti, associazioni, accademici e leader d’opinione di Roma, Parigi, Berlino, Atene, Madrid o Bruxelles – riesce ad appassionarci con la forza di una visione. Nessuno trasmette quel grado di energia e desiderio che solo una visione condivisa riesce a comunicare.

🇮🇹🇫🇷 *** 🇮🇹 LA VISIONE E L’ESEMPIO (di Rossella Daverio) #PolisdiMilano, Parco di Monza, ore 15.30 del 25 marzo...

Geplaatst door EuroPolis op zondag 26 maart 2017

Mi sono ritrovato ad accostare in questi giorni l’Europa al teatro, forse perché ieri, 27 marzo, era la giornata mondiale di questa grande arte. Per celebrarla sono andato due volte in piccole sale romane dove recitano giovani attori di talento. E, grazie a loro e ai testi che interpretavano, sono stato travolto dalle emozioni: sorrisi e sospiri, rimpianti e rimorsi, riflessioni e pensieri… Perché chi parla d’Europa – che pure è la nostra terra, la nostra identità, la nostra “Madre” – non riesce invece a trasmetterle mai? Certo, mi si potrebbe replicare che a teatro si recita e in politica no. A parte che non è vero (la sola differenza è che a teatro si recita spesso molto bene e in politica spesso molto male), vorrei ricordare una citazione dell’immenso Eduardo De Filippo: “Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita”.

La politica si è persa, l’economia e la finanza hanno preso il sopravvento e il sogno è svanito

In Europa nessuno sta trasmettendo un senso, forse perché nessuno ha un progetto o la capacità di comunicarlo. Sulla pagina Facebook dedicata ai temi europei che ho fondato lo scorso anno, EuroPolis, è stato ben scritto (non da me) che la grande differenza tra papa Francesco e gli europeisti di ogni colore è proprio questa: il primo ha una visione e la voglia di “metterla in comune”. Gli altri no. Dove la parola visione non è un’illusione senza agganci con la realtà. È piuttosto un progetto concreto che – prendendo spunto dal reale, dalle sue aspirazioni e dai suoi limiti – sa farsi sogno, disegnando orizzonti tanto nuovi quanto raggiungibili. A ben guardare, tutte le grandi imprese della politica, dell’arte, della scienza, dell’economia e dell’industria sono state possibili solo quando ispirate dallo slancio di una visione. Visionari sono stati Galileo Galilei, Giordano Bruno, Leonardo da Vinci, Gandhi, Nelson Mandela, Lincoln e Martin Luther King. Ma anche Steve Jobs, Google o Spotify o Ikea. Tutti “had a dream” e nessuno era un illuso: i loro risultati lo provano.

Si chiama politica virtuale dove si producono parole inutili e si manipola la memoria storica delle Città

Visionari sono stati ugualmente i padri fondatori dell’unità europea. Non solo Spinelli, ma anche governanti in servizio effettivo, tra cui De Gasperi, Adenauer, Monnet, Schuman e persino Churchill. Tutti avevano un sogno maiuscolo: la pace. Dopo due atroci guerre mondiali volevano un mondo nuovo, in cui Germania e Regno Unito, Italia e Francia, Spagna e Belgio potessero lavorare insieme e sentirsi Europa. Aggiungo che il loro sogno era “politico”, nel senso più nobile ed etimologico di questo termine: non sognavano un’economia comune europea, ma una politica comune europea. Da allora a oggi, la politica si è persa, l’economia e la finanza hanno preso il sopravvento e il sogno è svanito. Guardiamo ai tanti cosiddetti europeisti di oggi. Chi di loro ha mai risposto alla domanda progettuale di fondo: quale Europa vogliamo costruire? Nessuno.

Soprattutto in questi ultimi giorni di attualità celebrativa e di inquietanti elezioni francesi ormai prossime, la necessità assoluta di tenere insieme in qualche modo il continente è ammessa da tanti. Ma del termine “unione” ognuno dà la propria interpretazione, accentuando più o meno le deleghe attribuibili all’esecutivo centrale rispetto agli stati. Nessuno va però oltre il dettaglio di queste spartizioni di potere per offrire orizzonti più innovativi e più ampi. Tutti sembrano frenati da un eccesso di prudenza, di supposto realismo o di calcolo, ma in realtà stanno semplicemente nascondendo il nulla. In questo senso, fatto salvo il grande divario culturale e politico che li separa, europeisti e sovranisti o populisti che dir si voglia, si somigliano: vivono entrambi di variazioni sul tema. Tra i sovranisti vi sono infatti gli estremisti alla Salvini o Le Pen che vogliono uscire da tutto: Euro, Europa, resto del mondo… Linea politica: muoia Sansone con tutti i filistei. Poi ci sono i mediatori: l’Europa va bene, ma diversa da ora, l’Euro no. Linea politica: botte piena e moglie ubriaca. Infine i volatili, alla M5S: sovranità nazionale e Europa sociale, Euro a volte sì a volte no, a seconda dell’umore. Linea politica: va dove ti porta… la rete. Per passare agli europeisti, le loro variazioni oscillano invece tra gli Stati Uniti d’Europa (gli estremisti nostalgici) e il “cerchiamo giusto di essere un po’ più umani e orientati alla crescita” (i conservatori moderati).

Forse, poiché la via da percorrere non è né facile né sicura, è l’ora di uomini e donne nuovi

Altiero Spinelli

Tutti insieme (compreso il M5S, che si è in fretta adattato alle regole del potere) sembrano dei surfisti sulle loro belle tavole che passano il tempo litigando tra loro per meglio posizionarsi nel bel mezzo di uno stagno dove le onde non arriveranno mai. E il congresso PD in corso? Divergenze tra i candidati più o meno accentuate ad arte, programmi fragili, molti slogan, partecipazione popolare scarsa, visione europea assente o strumentale, cioè dettata dalle tattiche elettorali nazionali. Si chiama politica virtuale quella dove si vive immersi nella simulazione con la sostituzione sensoriale, dove si producono parole inutili e si manipola la memoria storica delle Città. E chiusa nel suo stagno autoreferenziale rimane scollata dalla storia.

La realtà, quella vera e fatta di vita, non è invece uno stagno ma un oceano. Lo è per la dimensione delle scelte che propone, per i ritmi serrati dei suoi cambiamenti, per la violenza delle sue improvvise sfide. E fare politica oggi, quella vera, significa uscire in mare aperto, significa saper affrontare le onde alte, cercarle o crearle. Dobbiamo forse abbandonare la speranza che qualcuno finalmente ci proponga un vero progetto politico europeo? Sono, i nostri politici, pronti a uscire in mare aperto o temono che le onde alte rivelino una volta per tutte la loro inadeguatezza? Forse, per citare Spinelli, poiché la “via da percorrere non è né facile né sicura”, è “l’ora di uomini e donne nuovi”.

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