POPOLI & POLIS

25 Aprile Apr 2017 0830 25 aprile 2017

Emmanuel Macron e il governo dei migliori

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Le lettere della settimana sono la E e la M: Emmanuel Macron, En Marche.
Tutti – politici rottamatori, rottamati e rottamandi, giornalisti più o meno imparziali (con una prevalenza dei secondi), docenti universitari di ogni disciplina, analisti finanziari globalizzati, blogger di paese, gossipari di ogni dove e l’immensa folla, spesso autoreferenziale, di twittanti, facebookanti e whatsappanti – stanno riempiendo le nostre giornate di E e di M.

Perché aggiungere allora altre parole alle molte già dette sul fenomeno EM? Solo per accostarvi una terza lettera dell’alfabeto, la prima: A o, meglio, Alpha, considerata in filosofia e teologia come l’inizio di ogni cosa. La Alpha di ἄριστος (aristòs), che in greco antico è il superlativo di ἀγαθός (agatòs) e significa “l’ottimo, il migliore”. Di Emmanuel Macron oggi cominciamo a conoscere la E e la M. Non sappiamo ancora se gli si possa attribuire un’Alpha.

Nella Francia della grandeur nazionalista Macron si è distinto per i contenuti fortemente europeisti del suo programma.

Comizio Emmanuel Macron

Premetto di essere felice che abbia ottenuto il 24,01% al primo turno (stando agli ultimi risultati del Ministero dell’Interno francese) e di augurarmi un suo pieno trionfo al ballottaggio contro Marine Le Pen. Aggiungo che la sua storia è esemplare e rappresenta un insegnamento anche per chi fa politica in Italia, perché è una storia nuova. Pur essendo stato énarque, banchiere di Rothschild e membro del Governo (quindi non certo spuntato dal nulla), Macron ha avuto il merito di osare: ha lasciato i suoi incarichi istituzionali per tempo, prima di essere travolto dalla tragedia del PS francese, e non ha partecipato al rito grigio delle primarie, che in Francia come in Italia stanno diventando una parvenza di democrazia e uno spreco di energia. Ha invece fondato un movimento innovativo, ha evitato ogni deriva di stampo populistico o virtuale, ha parlato alla mente e non alla pancia del popolo. Ma c’è un punto ancora più importante, nella Francia della grandeur nazionalista e delle ferite terroristiche, che ha trovato un’interprete dei suoi istinti più conservatori in Marine Le Pen, Macron si è distinto per i contenuti fortemente europeisti del suo programma.

Matteo Renzi

Mentre Renzi faceva togliere la bandiera europea dai suoi video (salvo cavalcare oggi il successo di EM come fosse il suo), Macron riempiva i propri comizi di stelle e di blu. Forse è questa la prova più evidente del suo coraggio e del fatto che non è assecondando la paura e imitando l’avversario che si avanza. E si fa avanzare la politica, se la si intende non come uno slogan elettorale ma come capacità di servire al meglio il bene comune.
In sostanza la vittoria di Emmanuel Macron il 7 maggio prossimo sarebbe un segnale forte e positivo per l’Europa intera, sancirebbe “la morte delle primarie e dei partiti tradizionali” (per citare Enrico Letta), dimostrerebbe che c’è la possibilità di inserire volti nuovi in panorami vecchi e testimonierebbe soprattutto che un discorso europeo forte, coerente e costruttivo può essere compreso e condiviso dagli elettori.

Mentre Renzi faceva togliere la bandiera europea dai suoi video, Macron riempiva i propri comizi di stelle e di blu.

Speriamo che la lezione serva a qualcosa in quest’Italia che rischia di restare ai margini della storia, perché da noi la politica e i partiti sono ormai arroccati su se stessi, chiusi in una narrazione narcisistica, incapaci di accogliere voci fuori dal coro e di progettare nuove visioni e nuove forme di interazione reale con le persone e la società.
Ciò detto, torniamo alla lettera Alpha.

L’impressione è che molti abbiano votato Macron e, soprattutto, lo voteranno il 7 maggio in base alla famosa teoria del "meno peggio". L'offerta politica non era vasta con un candidato repubblicano travolto dagli scandali, un Partito Socialista imbelle e diviso e un’estremista antistorica rivestita di panni nuovi. E ancora meno lo sarà al ballottaggio.
A prescindere dal valore di Macron, che in realtà non conosciamo ancora e dobbiamo vedere alla prova, sarebbe invece meraviglioso se in Francia, in Italia e in ogni angolo d’Europa e del mondo potessimo votare per gli “ottimi”. Appunto gli àristoi: i più atti a governare in ragione del loro merito. Perché è questa l’essenza stessa della democrazia: la possibilità, per il popolo, di delegare il potere che gli appartiene non ai meno peggio ma ai migliori.

Questa l’essenza stessa della democrazia: la possibilità, per il popolo, di delegare il potere che gli appartiene non ai meno peggio ma ai migliori.

Lo disse Pericle per primo: “Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio. Piuttosto come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così”.
Lo ha spiegato egregiamente, in epoca più recente, Massimo Cacciari in una lectio magistralis ad alcuni studenti di un liceo classico: “Voi dovete essere gli “àristoi… Solo così si può fare del bene alla democrazia. Io sono democratico perché credevo che, attraverso il mio voto e attraverso il ragionamento di sottoporre a critica razionale i programmi che mi venivano presentati, io potessi scegliere i migliori… E come si dice migliori se non àristoi? Quindi, io sono democratico perché sono aristocratico. Voi dovete diventare àristoi e volere che la democrazia sia aristocrazia sul piano del merito, del valore, della conoscenza, della consapevolezza”.

Akropolis di Leon von Klenze

Ma come riconoscere i migliori?

Difficile, in un mondo dove l’eccesso di comunicazione sta uccidendo la comunicazione stessa. La risposta è che la capacità di riconoscerli dipende dal senso di responsabilità di ogni elettore, dalla sua voglia di pensare, informarsi e partecipare. È nostro compito e dovere ed è quello che ci rende degni di detenere quel potere che ogni democrazia ci attribuisce, ma non basta. Dipende anche dalla competenza e dall’etica di chi lavora nei mezzi d’informazione, dipende dalla stampa.
Le reazioni italiane alle primarie francesi di ieri e all’emergere del fenomeno Macron non fanno ben sperare. Nei commenti a caldo, i giornalisti si sono divisi tra coloro che lo osannavano senza riserve e coloro che lo criticavano senza ragione, con difensiva supponenza, com’è successo nella consueta maratona mentaniana su La7 dove solo alcune voci solide hanno proposto commenti obiettivi, lucidi e consapevoli.

Riconoscere i migliori diventa difficile in un mondo dove l’eccesso di comunicazione sta uccidendo la comunicazione stessa.

Certamente, al di là del peso di ogni singolo giornalista, la stampa oggi è inquinata dalla competizione all’ultimo clic imposta dal web, dalla riduzione di mezzi e risorse, dall’agenda politica dei suoi editori che, almeno in Italia, non sono quasi mai “editori puri”. Ma una riflessione in merito andrebbe fatta, in profondità e con coraggio, magari a cominciare dai giornalisti stessi, che dovrebbero ricordare l’essenza della loro missione.
Quel che è certo è che noi in quanto “elettori” abbiamo il diritto di scegliere i migliori e in quanto “lettori” (in senso letterale o visuale) quello di essere informati e non manipolati. L’esercizio di questo diritto dipende da noi. E non è poca cosa.
Detto questo, auguriamoci che Emmanuel Macron diventi il nuovo presidente francese, contribuisca, come ha promesso, a edificare davvero l’Europa e si guadagni sul campo quell’Alpha che saremmo tutti lieti di accreditargli. Lo osserveremo con attenzione perché il nostro futuro dipende molto anche da lui.

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