POPOLI & POLIS

10 Maggio Mag 2017 0800 10 maggio 2017

AI MARGINI DELLA NUOVA EUROPA ?

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La rincorsa a “chi è più Macron” è in pieno svolgimento nel mondo politico italiano (lepenisti e pentastellati a parte). Se ne fanno cassa di risonanza i giornali, appassionati da questo effimero giochino delle somiglianze.

Eppure è lampante la distanza tra i nostri politici e il giovane presidente francese. Ed è altrettanto chiaro che la sua elezione, se rappresenta un sospiro di sollievo per l’intera Europa, non sarà per l’Italia une partie de plaisir, per usare un’efficace locuzione d’oltralpe. L’entusiasmo compiaciuto e compiacente di chi pensa di assomigliargli (o lo lascia intendere) non basta per farne un amico.

Laureato in filosofia e scienze politiche, nutrito di sapere dai gesuiti, dall’ENA e da Jacques Attali, buon conoscitore di tre lingue, forgiato alla complessità del reale da Rothschild e Bercy, Emmanuel Macron possiede senza dubbio una cultura solida e una strategia politica strutturata. Al paziente iter formativo, aggiunge una buona dose di coraggio personale. La prova più evidente è il suo disegno europeo, diventato un orgoglioso vessillo elettorale in un paese e in un momento storico in cui la tattica spicciola avrebbe suggerito, a torto, di prendere le distanze dall’Europa. La solitaria traversata della corte del Louvre sulle note dell’Inno alla Gioia ne è l’ultimo simbolo, tanto potente emotivamente quanto ben studiato.

Il palco della vittoria di Macron al Louvre

Percorso a parte, non sappiamo oggi come sarà il Macron presidente: alcuni sollevano dubbi, talvolta legittimi e talaltra strumentali, sulla sua reale statura rispetto al ruolo o sui poteri forti che lo manovrerebbero dietro le quinte. Lo osserveremo senza compiacimenti, ma anche senza pregiudizi.

Quel che sappiamo per certo è che punterà sull’edificazione europea, che è stata e resta al centro del suo programma. Mentre in Italia si faceva a gara a distruggere l’Europa a colpi di populismo o di simil-populismo, ha compreso che ridare voce senza incertezze all’ideale europeo rappresentava la sola concreta prospettiva di salvezza economica e sociale per i paesi dell’Unione e, nello stesso tempo, gli consentiva di adottare un linguaggio veramente nuovo. Ha quindi scelto un europeismo senza ombre non perché è un illuso, ma perché è uno stratega.

È proprio questa la prima e più importante differenza tra Macron e i politici italiani di oggi: la strategia. Aggrappati al loro scranno e alle scadenze elettorali che lo minacciano, i nostri rappresentanti si sono auto-rinchiusi in una soffocante dimensione tatticistica di breve respiro, che non rende servizio al bene comune e, alla lunga, nemmeno a loro perché disorienta gli elettori.

La prima differenza tra Macron e i politici italiani di oggi è la strategia

Un'altra certezza a proposito di Emmanuel Macron è che per lui Europa significa, prima di tutto, rafforzare l’asse franco-tedesco. Lo ha detto senza mezzi termini, pur ammettendo con garbo che “la coppia franco-tedesca è necessaria ma non sufficiente” e occorre lavorare a “stretto contatto” con Italia, Spagna, Benelux e “altri che vorranno unirsi”. A metà marzo, in piena campagna elettorale, ha incontrato Angela Merkel e la sua prima visita da presidente della Repubblica sarà a Berlino, come ha annunciato la sua consigliera Sylvie Goulard, eurodeputata e profonda conoscitrice della Germania. Quella stessa Sylvie Goulard che si è battuta con successo contro l’ingresso del Movimento 5 Stelle nel gruppo ALDE e che, a chi le chiedeva se Renzi somigliasse a Macron, ha risposto secca: “Macron non ha mai criticato l'UE, ha sempre mostrato rispetto verso Bruxelles e non ha mai usato la parola flessibilità”, non esitando a parlare, a proposito dell’ex premier, di populismo e demagogia. Quella stessa Goulard infine che, subito dopo la vittoria di Macron, ha espresso la speranza che “l’Italia sia in grado di capire che il suo contributo al rilancio del progetto europeo potrebbe essere grande, se ha voglia di farne parte”. La scelta del condizionale non è casuale e la frase, più ancora che a un’ipotesi, assomiglia a un giudizio.

Angel Merkel e Emmanuel Macron

Non dimentichiamo che, pur se dichiara “amo furiosamente l’Europa, ma ammetto che non funziona e che va rifondata”, Macron ha le idee chiare sul “come” rifondarla: “attraverso le riforme necessarie e un traiettoria finanziaria che rispetti il rapporto 3% deficit/PIL”. Roma non avrà, tanto per cominciare, gli sconti che auspica.

Ma il programma europeo di En Marche non si limita alle regole economiche e le guarda come a una condizione e non a un fine. Sembra cioè non commettere lo stesso errore di fondo che ha compromesso il percorso di unificazione europea: la prevalenza dell’economia sulla politica, di cui dovrebbe invece essere una conseguenza. Si estende infatti a includere dimensioni della sovranità che toccano difesa e sicurezza, innovazione, educazione dei giovani, commercio internazionale, lavoro e sviluppo sostenibile. È in sostanza una base progettuale di rilancio del progetto europeo.

La seconda parola che divide Macron dai suoi imitatori italiani è la progettualità

E qui interviene la seconda parola che divide Macron dai suoi imitatori italiani: la progettualità. È direttamente connessa alla prima – strategia – poiché ne è figlia: è solo la strategia che genera progetti. Ed è in questo campo che l’Italia – indebolita da un debito immenso, da una crescita incerta, da una disoccupazione giovanile elevata, da una stabilità politica inesistente e da un sistema elettorale inadeguato – dovrebbe e potrebbe far sentire la sua voce per non rimanere ai margini di un percorso europeo che comunque si farà, con o senza di lei.

Potremo parteciparvi a pieno titolo solo se avremo la forza di presentare un progetto che vada oltre ciò che Macron e altri hanno già detto. La strada per farlo l’ha indicata il presidente Mattarella, nel discorso tenuto il 25 marzo scorso davanti ai capi di stato e di governo europei in occasione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma. In chiusura, ha parlato con chiarezza di una necessaria “revisione dei Trattati” e sottolineato come “quel che emerge dalla Dichiarazione di oggi è che inizia una fase costituente”.

Una frase secca, fin qui non raccolta da nessuno, che sottolinea quel di cui abbiamo maggiormente bisogno: l’Europa potrà rinnovarsi solo se saprà darsi un nuovo assetto istituzionale. Una Costituzione che la renda, per tutti gli europei, una “patria” vera e diventi la tela di fondo capace di dare senso, continuità e solidità ai cantieri comuni che l’Unione deve aprire per sopravvivere.

L'Europa dei Popoli e delle Polis

Invece di ingraziarsi Macron e rincorrerlo in ritardo su un tragitto ormai avviato, i politici italiani dovrebbero rilanciarlo e proporre questa visione ancora più “audace” (per usare un aggettivo caro al nuovo presidente francese).

Certamente ci vorrebbero, per raccogliere l’invito, personalità che abbiano la statura dello “statista”: la cultura, la competenza, il senso del bene comune più forte dell’interesse per il proprio personale destino e, soprattutto, il “pensiero lungo” e la leadership personale (o, per citare Martin Luther King, “the content of their character”) che consente di esprimerlo anche quando è impopolare e tradurlo in progetto.

Ce ne sono oggi in Italia, con un “content of the character” adeguato? Forse, ma ben nascosti. Coloro che sono adesso sulla scena non paiono proprio possedere queste caratteristiche. Non le hanno i rappresentanti egolatri, inaffidabili o marginali di un centro-sinistra a pezzi, non le hanno i politici di centro-destra, datati più ancora nelle idee che nell’età. Tanto meno le hanno i movimentisti, che hanno illuso molti di poter cambiare il mondo con una democrazia virtuale diventata solo un alibi della loro incompetenza.

Potremo partecipare a pieno titolo alla Nuova Europa solo se avremo la forza di presentare un progetto che vada oltre Macron

Macron, per citarlo ancora in chiusura, ha detto di recente a Repubblica che quel che distingue i politici tra loro, in assenza di ideologie, sono “l’apertura” o “la chiusura”. È così. E i nostri sono “chiusi” su se stessi, vittime di una percezione miope del mondo, stretti in un circolo di soliti noti, prigionieri di una guerriglia nazionale senza orizzonti, compiacenti di fronte ai gruppi di interesse che li hanno scelti, difensivi nei confronti di tutto ciò che è diverso, sia esso un volto, un pensiero o un progetto.

Non possiamo più permettercelo. Il prezzo della loro “chiusura” sarebbe troppo elevato per il paese intero in una fase della storia – non certo determinata, ma senza dubbio favorita dall’elezione di Macron – in cui equilibri inediti nasceranno in Europa e nel mondo e chi non saprà anticiparli sarà lasciato ai margini del futuro.

È veramente tempo di donne, uomini (e movimenti) nuovi.

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