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11 Settembre Set 2012 1237 11 settembre 2012

Il nazionalismo degli straccioni

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«Disfatta per l'Italia», «Flop Italia», «Il digiuno italiano». Sono parte dei titoli e degli occhielli, rispettivamente del Secolo XIX, della Stampa e di Repubblica. Non stiamo parlando di una rievocazione storica di Caporetto, ma del Leone d'Oro, a Venezia, al coreano Ki-Duk.

Già, perché anche il cinema, in Italia, si piega alle logiche da consorteria. E, invece di discutere di cultura e arte, si preferisce “fare il tifo”, come se si parlasse di calcio.
Ogni qual volta è possibile dividerci fra “azzurri” e “perfidia Albione”, scatta il riflesso pavloviano criptofascista, dal quale non è immune neanche la stampa liberal e di sinistra, salvo poi redimersi, disquisendo del fatto che un dato regista sia di destra o di sinistra.


Non lo capisco. Perché dovremmo giudicare l'arte dalle idee politiche dell'artista o, peggio, dalla sua nazionalità?
Perché siamo un paese patriottico, forse? Ma non è vero proprio. Penso, invece, che l'Italia sia affetta da un nazionalismo degli straccioni, parafrasando Lenin quando canzonava i nostri risibili tentativi di assomigliare alle altre potenze imperialiste europee.
Raramente ci identifichiamo con la nazione alta, portatrice di una cultura intrisa di umanesimo e universalità, dei Petrarca, Tiepolo, Vico. Non ci batte il cuore ad ammirare i mosaici d'oro di Sant'Apollinare in classe, ignoriamo bellamente chi siano Scarlatti o Monteverdi, preferendo parteggiare per qualche “amica” di Maria Di Filippi.


Non siamo fieri di essere italiani quando un nostro scienziato innova, un'impresa inventa, un artista illumina.
Anzi, spesso e volentieri, ci disprezziamo fra noi stessi. I meridionali sono terroni, i milanesi si dividono fra baüscia e casciavit, e per i napoletani essere della provincia, cioè cafune, è una grandissima onta.
Insomma, gli altri paesi ci fanno “il cappotto” per indici di scolarità, rapporto Pil/ricerca, livello di occupazione femminile e giovanile, ma ci sentiamo tutti azzurri e vincitori se la nostra squadra di bocce vince un premio, pronti a trasformare in un palio circense cose serie, come i festival del cinema.
Lo sport è il carnevale dove la nostra emotività, nella suggestione di essere una nazione vincitrice, prende il sopravvento. E non è un caso che la politica più retriva spesso utilizzi proprio le metafore sportive, dalla “discesa in campo di Berlusconi”, allo stesso nome “Forza Italia”.
L'obiettivo è obnubilare l'analisi razionale, e parlare alla pancia del paese, per “essere padroni in casa nostra”. Quale sia questa casa, non è dato sapere, visto che Como vuole secedere in Svizzera, Cortina in Trentino, e a Salerno si discute se annettersi alla Lucania o costituirsi in Principato!


Alla fine, siamo ipocriti anche con lo sport, lo strumento principale del nazionalismo di noiantri, perché a quella stessa squadra di bocce che ci ha fatto emozionare non destineremo neanche un euro. Tutti i denari sono fagocitati dal “campionato più bello del mondo”.

Siamo dei parvenu, allora, o non siamo proprio una nazione? Non lo penso.
L'Italia è un paese di cui essere fieri, ricco di arte e di cultura. Avremmo solo bisogno di un patriottismo più sano, che selezioni le cose importanti, e più universalistico, capace di farci amare noi stessi, riconoscendo realmente gli altri. Oscilliamo schizofrenicamente fra l'ammirazione incondizionata e il pregiudizio più retrivo. Ammiriamo la produttività del Nord Europa, ma sosteniamo ingiuriosamente che i tedeschi siano sporchi perché non utilizzano il bidet, i francesi perché non impacchettano le baguette, ed entrambi siano pessimi perché fanno scuocere la pasta.
A volte ci sentiamo il paese peggiore di tutti, della mafia e del malaffare, perché non sappiamo che la più cara tangente del mondo è stata pagata dalla tedesca Siemens e il più ampio contrabbando di rifiuti pericolosi è stato compiuto dall'olandese Trafigura.


Ma forse chi si duole perché a Venezia non è stato premiato Bellocchio non lo fa per amor di patria, ma per i finanziamenti, per la Rai, per la politica. Ma questa è un'altra storia.

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