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18 Settembre Set 2012 1840 18 settembre 2012

Sfabbrica Italia

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"Cosa farebbe qualunque imprenditore al mio posto?”, sbotta oggi sulla Repubblica Sergio Marchionne, per difendere la scelta di abbandonare il progetto Fabbrica Italia.

Marchionne, purtroppo, dice una cosa apparentemente sensata ma, in realtà, falsa.
In primis, egli non è un imprenditore ma è un manager. Ha salvato la Fiat, l'ha rilanciata, soprattutto attraverso operazioni finanziarie e politiche – c'entra Obama se la Fiat ha preso la Chrysler -, ma come tanti buoni manager non possiede né l'etica dell'imprenditore, né le competenze di chi costruisce le macchine.



Un imprenditore è sempre legato al territorio con il quale ha un legame sociale forte, come dimostrano le tante micro-imprese italiane. Gli imprenditori della filiera della calzatura della Riviera del Brenta hanno addirittura aperto una università della scarpa, di fronte alla splendida Villa Pisani.
Solo un manager potrebbe rescindere questo legame essenziale. Si tratta di una scelta scellerata vieppiù perché l'auto è un prodotto di design e la Fiat dovrebbe giovarsi del Made in Italy.

L'altra cosa falsa che dice Marchionne è che egli sarebbe un imprenditore “qualunque”.
Anche questo è falso. La Fiat non è un'impresa come le altre. E' l'impresa italiana. Tant'è che allo storico direttore Fiat degli anni '60, Vittorio Valletta, si ascrive la citazione aprocrifa «ciò che va bene per la Fiat va bene anche per l’Italia».

Dal 1960 a oggi, la Fiat ha ricevuto dallo stato finanziamenti pubblici per cinquantadue miliardi di euro.
In aggiunta, la fabbrica torinese ha usufruito di tutta una serie di vantaggi.
Una legislazione “di favore”, innanzitutto, come dimostrano i Patti territoriali, una vera e propria gabbia salariale, per far aprire la fabbrica di Melfi, dove, nonostante una sentenza del giudice, i lavoratori non vengono reintegrati.
Quanti incentivi hanno approvato governi di qualsiasi colore per far vendere le macchine? Quanti dazi doganali si decidevano, sulla pelle dei consumatori, per tenere a bada gli aggressivi competitor giapponesi negli anni Ottanta?

Poi, c'è il vantaggio più speciale di tutti: il rapporto privilegiato con Montecitorio.
Certo, non è stata solo la Fiat a cercare la politica per mettersi al riparo dalla concorrenza, ma è anche la politica che ha utilizzato la Fiat per aprire fabbriche, blandire interessi, avere tornaconti elettorali.
Il dato è che oggi Marchionne “l'americano” vuole comportarsi da capitalista puro, e lo stesso Mario Monti, che ha lavorato con Fiat, reputa giusto che gli imprenditori facciano le loro scelte in autonomia.
La mia personale sensazione è che è troppo tardi per fare “i capitalisti puri”. Nessun mercato “vero” avrebbe permesso una simile concentrazione di marchi, come quella che ha la Fiat, attraverso la quale, fino agli anni Novanta, l'azienda torinese è stata il monopsomio di fatto del mercato automobilistico italiano.
Che senso ha possedere Lancia e Alfa Romeo? O Innocenti e Fiat? O Maserati e Ferrari?

Ha ragione Paolo Madron, in conclusione: l'indifferenza della politica è agghiacciante. Ancora più grave perché il banchiere Passera ebbe a che fare con Fiat nel 2004 e Monti conosce bene la fabbrica torinese.
Sarei tentato di dire alla Fiat e ad ogni altra impresa: “Vuoi fare il capitalista, bene!, competi nel mercato e non riceverai più aiuti dalla politica!”. Ma so troppo bene che, nel paese dei furbetti e dei “capitani coraggiosi”, ci sarà sempre qualcuno che, nel momento del bisogno, griderà all'interesse nazionale, al capitalismo di bandiera, per cacciare Airfrance o Albertis.
Mentre l'unico interesse nazionale vero dovrebbero essere i lavoratori.

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