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10 Ottobre Ott 2012 1401 10 ottobre 2012

Le verità su Chavez

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«Il manifesto» gli ha dedicato la prima pagina, i nostri “rossi” puri e duri tweet commossi, mentre la totalità dei giornalisti e politici liberal occidentali commenti sprezzanti. Stiamo parlando di Chavez e della sua ultima elezione.

Il leader bolivariano, si sa, spacca in due l'opinione pubblica. C'è chi lo inquadra come un pericoloso caudillo comunista, attentatore dei diritti civili, amico di Ahmadinejad e di altri dittatori impresentabili. Per una parte rilevante dell'estrema sinistra occidentale, invece, è un paladino dei poveri, chi ha sfidato e vinto l'imperialismo americano e la dittatura del capitalismo neoliberista rappresentato dal Fondo monetario internazionale; uno che, in definitiva, vince elezioni democratiche.



Già, perché in Venezuela, la partecipazione c'è, dato che ha votato oltre l'81% degli aventi diritto.
Il presidente è stato rieletto con il 55.11% contro il 44.27% dei suffragi per Capriles; un margine ampio ma il più risicato che il presidente abbia mai registrato.

Evidentemente, nonostante le critiche occidentali al presidente bolivariano, gli obiettivi che Chavez voleva perseguire sono stati raggiunti. La sua agenda, d’altronde, è sempre stata estremamente semplice: ridistribuire la ricchezza.
Non ridistribuire fette risicate di una torta sempre più piccola, come hanno fatto nei paesi del socialismo reale, ma, mantenendo una crescita accettabile, dare di più a tutti.

Quest’obiettivo è stato raggiunto attraverso un mix fra vecchio controllo pubblico dell'economia e nazionalizzazioni di stampo socialista, severi espropri comunisteggianti, e un tentativo di costruire una diversa economia cooperativa e partecipata dal basso, tramite i comuni.

C’è statalismo? C’è la corruzione tipica delle burocrazie? C’è meno libertà che presso le democrazie occidentali? Sicuramente, ma non erano questi i problemi al centro dell’agenda di Chavez.

Da quando Hugo Chavez è diventato presidente nel 1999, la disuguaglianza è andata costantemente calando e oggi il paese vanta un indice di Gini pari allo 0,39 (l’Italia è allo 0,35, fra l’altro).
Il tasso di povertà è stato ridotto di oltre la metà, la povertà estrema è scesa ancora di più, del 72 per cento, e tutta la popolazione, al di là del reddito, ha fruito di un utile sociale netto, attraverso cure sanitarie universali, con una politica della casa che ha istituito il diritto ad un’abitazione gratuita per i bisognosi e grazie a un sistema di istruzione nazionale che garantisce anche la formazione superiore.

Nel corso del decennio intero, la percentuale di famiglie in condizioni di povertà è stata ridotta del 39 per cento, e l'estrema povertà di oltre la metà.
Anche la disoccupazione è migliorata, passando dal 11,3 per cento al 7,8 per cento. Il paese, inoltre, si è schermato dal dominio del Fmi - un altro dei cavalli di battaglia di Chavez -; mentre il debito pubblico totale è passato dal 30,7 al 14,3 per cento del Pil, il debito estero pubblico è sceso ancora di più, dal 25,6, al 9,8 per cento del Pil. Il principale creditore, ora, non sono più gli States ma la Cina: cosa che forse fra sentire ingenuamente più tranquilli i venezuelani, dato che tutti i creditori sono uguali, al di là delle bandiere.

Chavez è riuscito anche a far crescere il paese, anche se meno rispetto ad altri sistemi più liberali, come il Brasile. Il Pil è raddoppiato, anche se i suoi effetti sono sono stati temperati dalla superinflazione, e, ad oggi, il Venezuela è comunque la quinta economia del Sud America.
(Dati tratti da Venezuelan Analysis e Robert Plummer



Que viva Chavez senza se e senza ma, allora? Non, non lo credo. Ci sono cose che non vanno, e i diritti umani sono una cosa seria.

Ma non reputo onesta la critica di chi lo liquida come un dittatore e un incapace.
Innanzitutto, senza l’aiuto dei migliori economisti allevati nelle università americane, il Venezuela ha tagliato dei traguardi, soprattutto proponendo un sistema alternativo alla ricetta neoliberale e debitocratica imposta per anni al Sud America, oggi invece suggerita all’Europa meridionale.

Sicuramente, ai successi economici - più sul fronte della distribuzione che della crescita -, fa da contraltare uno scenario preoccupante nei diritti civili.
La situazione delle liberà civili, comunque, non è assolutamente rosea come Chavez vorrebbe farci credere ma neanche così nera come sostengono i suoi detrattori. E’ indubbio che con la stampa, soprattutto con i media che appoggiarono il colpo di stato ai suoi danni, Chavez sia andato giù con la mano pesante. Ma è altrettanto vero che lo chavismo, in alcuni settori dei diritti civili, come nei diritti dei nativi, sia addirittura un’eccellenza, come dimostra la presenza di due paladine dello Human rights advocacy, il premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba, in occasione dell’ultima tornata elettorale a supporto del presidente, come ricordato sagacemente da Gennaro Carotenuto.

La verità è che libertà e uguaglianza, come sostenevano Adorno e Horkheimer, sono inversamente proporzionali, ed è ovvio che uno stato che per ridistribuire il reddito abbia puntato massiciamente sugli espropri comprima fortemente la libertà; innanzitutto quella alla proprietà, che il padre del liberalismo Locke assimilava ad un diritto umano inalienabile. Ho conosciuto personalmente venezuelani che sono fuggiti dal paese a seguito di espropri, d’altronde, e non si trattava di reazionari latifondisti ma di classe media.

Ma il dato di fatto è che il modello chavista ha raggiunto quell’obiettivo di crescita economica, temperata da una forte ridistribuzione del reddito, che si era prefissato.
Se questo sia stato raggiunto a scapito dell'efficienza è probabile, ma non si può negare che esista un vero e proprio pregiudizio ideologico da parte di quei commentatori che hanno bocciato Chavez come economicamente fallimentare, quando la scelta di perseguire equità e distribuzione rispetto a libertà economica e crescita mi sembra debba essere lasciato al giudizio degli elettori.

Personalmente credo - un po‘ sulla scia del grande economista Rostow che riteneva il comunismo più utile ai paesi con grossi ritardi di sviluppo che alle nazioni progredite, come sosteneva Marx -, che dopo la ridistribuzione di Chavez verrà il momento di un Lula, di un socialista liberale che metterà al centro della sua azione politica più la crescita, magari anche a costo di qualche iniquità.

Ma se Chavez è l’anticorpo autocratico e illiberale, non era forse la malattia del Sud America proprio quell’imperialismo che il leader bolivariano ha sempre denunciato, fra il silenzio complice dei nostri liberali?

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