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16 Ottobre Ott 2012 1045 16 ottobre 2012

Le mani di Formigoni sul potere

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Mentre Veltroni, dalla trasmissione di Fazio, dà un'onesta prova di non attaccamento al potere, dicendo che non si candiderà più, le mosse del governatore Formigoni sembrano andare in direzione ostinata e contraria.


Le sue mani sono salde sul potere e sulle poltrone. Il Celeste sembra pronto a provarle tutte: rimanda segnali di pace alla Lega, afferma solennemente di non volersi dimettere dall'Expo, minaccia elezioni anticipate, sembra pronto a fondare una sua propria lista civica e, secondo le indiscrezioni, non gli è aliena la volontà di ricandidarsi contro tutto e tutti.


Il limite di due mandati, previsto dallo Statuto della Lombardia, sarebbe infatti aggirabile qualora si andasse ad elezioni anticipate. Non essendo completato il mandato, il Nostro potrebbe lanciarsi di nuovo nell'agone elettorale, alla faccia del Pdl o di Berlusconi che lo vogliono in panchina.

Il governatore ciellino, d'altronde, è diventato da tempo un monarca assoluto, capace di piegare le regole per affermare il suo potere gratia dei ma anche del popolo. Si è fatto eleggere per ben quattro mandati, violando l'articolo 2 della legge 165/2004, la cui logica era tesa ad evitare governatorati eterni; forzatura resa possibile perché anche il Pd intese infrangere quella norma per consentire la rielezione del presidente dell'Emilia-Romagna, Vasco Errani.

Ma, al netto di queste comunque non trascurabili violazioni delle regole democratiche, il consenso guadagnato in venti anni di potere ciellino in Lombardia sono tali che Formigoni può fare, praticamente, ciò che vuole. D'altronde, il Celeste è sempre uscito pulito dalle inchieste che lo hanno riguardato. E il non brillante primato di cinque assessori arrestati e quattordici consiglieri di giunta regionale sotto processo non sembrano essere abbastanza per indurlo ad una decorosa uscita di scena.

Magari Formigoni non romperà con il Pdl ma, per ora, di fronte alla minaccia di elezioni anticipate, la stessa Lega sembra capitolare, allettata dallo spauracchio di un nuovo governo regionale con un mandato limitato a legge elettorale e bilancio. Alla faccia della tanta invocata – sia dal Carroccio che da Formigoni – sobrietà amministrativa e volontà di contenimento della spesa, il lombardi saranno chiamati alle urne due volte nello spazio di pochi mesi, per regionali, prima, e politiche, dopo. E, a pagare, ovviamente, saranno i contribuenti.

Da ciò ne conseguono due cose: in primis, Formigoni è l'aedo del berlusconismo. Così come il sistema di Berlusconi, attraverso il consenso plebiscitario, si sentiva titolato a piegare le regole o andare oltre la soglia della decenza, così Formigoni se ne sbatte dell'incandidabilità o del fatto di avere mezza giunta di pregiudicati.

Il secondo aspetto è, invece, legato alla liquefazione del Pdl. Con la crisi del Cavaliere, il Pdl implode in piccoli vassallati locali, capaci di imporsi su via dell'Umiltà. Formigoni tira dritto per la sua strada, non importa che Alfano e Berlusconi gli chiedano di fare un passo indietro, lasciando ad Albertini il compito di competere per il Pirellone sotto le insegne del centro-destra.

Alla fine, se il prossimo candidato alla Regione dovesse essere proprio l'ex sindaco di Milano e sarà rientrata la crisi con il Pdl, ciò vorrà dire che il Celeste avrà spuntato e blindato non una semplice buona uscita ma un incarico di potere reale nel suo feudo.

Formigoni, d'altronde, è pronto allo scontro finale, e non si è preoccupato delle minacce della Lega di far cadere il Friuli, Brescia o Treviso di fronte alla possibilità di quelle elezioni anticipate, per le quali ora il Carroccio capitola miseramente.

Questo perché l'attuale governatore di Regione Lombardia non ha bisogno di bluffare e gode di un consenso personale solido. In venti anni di presidenza, ha costruito un sistema di ferro, cementato con un clientelismo “dal volto umano”, capace di garantire apparentemente un certo livello di performance amministrative.

Si tratta, ovviamente, di una chimera: malversazioni e sperperi non hanno causato il default della Sanità – vero vanto del sistema del Celeste -, come in Lazio, Campania e Calabria, soltanto perché la Lombardia è infinitamente più ricca di quelle altre Regioni.
La Lombardia, d'altronde, è stata il laboratorio di quel perverso “capitalismo municipale”, dove le società partecipate miste pubblico-privato sono state le vere camere di compensazione con la politica, producendo rendite monopolistiche a danno dei privati, in settori come i rifiuti, l'energia, autostrade e infrastrutture. Un sistema collusivo dove il pubblico, piuttosto che controllare, faceva affari con le aziende.
Che Gabriele Albertini possa proporsi come un affidabile garante di questo sistema è, oggi, per fortuna di Formigoni, molto difficile.

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