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27 Ottobre Ott 2012 1220 27 ottobre 2012

La cupola Tedesco frana sulle primarie

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Il fiume di veleni sulla Sanità in Puglia per Nichi Vendola potrebbe esondare direttamente sulle primarie e fa tremare, non il governatore, ma il povero Bersani.

Nonostante i sondaggi diano in testa il segretario nello scontro su Renzi, Sanitopoli rappresenta più una minaccia per il democrat di Bettola che non per il presidente regionale.


Il processo di Vendola è, infatti, uno stralcio di quello ad Alberto Tedesco, uno dei grandi portatori di voti che in forza del suo consenso, sicuramente non legato al voto d'opinione, è riuscito ad imporsi sia alla segreteria bersaniana che allo stesso governatore. E' difficile giudicare il rapporto fra Tedesco e chi ha beneficiato del suo pacchetto di voti, perché la politica è l'arte del possibile, e senza quei voti il Pd non avrebbe vinto diverse elezioni e la Puglia e Bari sarebbero andate al centro-destra.

Tedesco, d'altronde, spiegò chiaramente come Vendola dovette, alla fine, accettare la sua nomina ad assessore pugliese, nonostante le preoccupazioni per un conflitto d'interesse palese, proprio per rafforzare quel consenso elettorale da cui dipende non solo il potere, ma la capacità di un politico di governare.

L'affaire Sanipoli, così, getta di nuovo un'ombra sulla gestione del Pd e della segreteria di Bersani con alcuni blocchi di potere, soprattutto al Sud, perché farsi sedurre da certi campioni delle preferenze è sempre una scelta alla quale è possibile un'alternativa, seppur rischiosa.
Nell'operazione con la quale si mandò Tedesco al senato, per salvarlo con l'immunità, la leadership dei democrat negoziò proprio con quelle correnti meridionali, le più discusse, spesso al centro di inchieste, riferibili ai grandi elettori di Campania e Calabria, Bassolino e Loiero. Il pacchetto di voti di Tedesco era stato, inoltre, fondamentale per l'elezione a sindaco di Michele Emiliano, oggi schierato alle primarie al fianco di Bersani.

L'accordo con Tedesco, come si sa, coinvolgeva i seguaci di Bassolino e Loiero, prevedendo che Paolo De Castro abbandonasse il suo seggio senatoriale per lasciarlo all'assessore della giunta Vendola, il primo dei non eletti; De Castro, nonostante il posto da europarlamentare sia in Italia percepito come una diminutio, soprattutto per un ex ministro del governo D'Alema, se ne andava a Bruxelles, facendo il pieno di preferenze e sospinto dai voti dei governatori di Calabria e Campania, che eleggevano anche i propri delfini: Pirillo e Cozzolino.

La morale della favola è che questi discussi portatori di voti del Pd al Mezzogiorno si sono imposti su Bersani e, ancora oggi, secondo le indiscrezioni, lo voteranno alle primarie, per continuare ad essere azionisti di maggioranza nel partito. Bersani, d'altronde, è diventato segretario proprio grazie all'appoggio di queste correnti. Anche se gli va dato atto di aver cercato un ragionevole compromesso fra la raccolta di voti e il rinnovamento – Bersani puntò su De Luca governatore della Campania contro l'opinione di Bassolino -, il rapporto con questi grandi elettori meridionali è una bomba che potrebbe scoppiargli in mano.

Al di là della polemica sul Bersani di sinistra e il Renzi di destra, allora, è da quale corrente appoggia chi che possiamo avere, in conclusione un'idea più chiara sulla futura politica del Pd. Bersani è stato in un certo modo il garante di questi scambi, sicuramente legittimi sul fronte del consolidamento del potere. Ma la capacità di rinnovamento del partito sotto la sua guida è gravata proprio dagli accordi con questi potentati locali, sempre pronti a mostrare i propri muscoli elettorali in occasioni delle consultazioni popolari: primarie comprese.

D'altronde, è significativo che si vociferi che sia i prodiani che i miglioristi appoggeranno Renzi. Soprattutto i seguaci di Giorgio Napolitano, infatti, sempre disciplinati e fedeli al partito, sono quelli che maggiormente hanno sofferto questo scambio.

Fu Umberto Ranieri, fedelissimo di Napolitano, ad essere fatto fuori alle europee per Paolo De Castro; gli venne promesso per compensazione il posto di sindaco di Napoli, ma anche alle elezioni amministrative i bassoliniani cercarono di farlo fuori, pronti a condurre il partito alla disfatta, qualora fossero stati estromessi. Disfatta, infatti, che ci fu, con la vittoria di Luigi de Magistris a sindaco della principale città del Mezzogiorno, senza apparentamento con il Pd.



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