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7 Novembre Nov 2012 1157 07 novembre 2012

Obama, ancora

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La vittoria di Obama è straordinaria. Straordinaria perché è riuscito a vincere nonostante abbia governato la crisi.
Per quanto tu possa governare bene la crisi, nessuno è mai riuscito a farsi rieleggere dopo un periodo così difficile, che scava scoramento e disperazione negli elettori, inducendo una semplice voglia di cambiare musica, qualunque essa sia.


Non ce la fecero Coolidge e Hoover, dopo la crisi del Ventinove; non ce la fece nessuno dei presidenti che si alternarono durante la depressione degli anni Settanta dell'Ottocento, ad eccezione di Ulysses Simpson Grant, e, un secolo dopo, durante la crisi energetica.

La vittoria di Obama è straordinaria perché, nonostante gli errori, e le scelte anche discutibili che il presidente ha dovuto compiere, fisiologicamente rispetto al dato che gli Usa sono una potenza egemone a livello globale, il presidente ha dato corpo ad un vero cambio di paradigma culturale, nel quale, oggi, si riconoscono gli americani.

L'America prima di Obama, infatti, era una potenza neoimperialista che aveva virato pericolosamente verso la logica della guerra preventiva e della violazione costante dei diritti civili, come dimostrano il Patriot Act e la terribile pagina del carcere di Guantanamo. Quella che il think tank conservatore Pnac chiamava Pax Americana, e che era rappresentata dall'America di Bush, era invece una condizione di guerra permanente al mondo, nella logica corsara, portata avanti da una certe elite americana, di approvvigionarsi, con la violenza, di quelle risorse necessarie ad una crescita smodata, imperiale e insostenibile del paese.

Gli americani, purtroppo, credettero a questa impostura per ben due mandati: dicendo no al Protocollo di Kyoto, fregandosene delle risoluzioni dell'Onu sulla illiceità degli interventi militari, spendendo trilioni di dollari in un conflitto generatore di instabilità e di altri conflitti, come autorevolmente denunciato dal premio Nobel Stiglitz.

I maitre a penser del bushismo, infatti, sostenevano che gli Stati uniti dovevano impegnarsi in una battaglia globale, portando a compimento quel progetto iniziato anni prima da Bush padre.

Si trattava di una visione fosca delle relazioni internazionali che era funzionale a quel turbocapitalismo neoliberista che ci ha portato diritto nelle crisi che adesso stiamo vivendo.

Per questo, fecero eleggere dai cittadini un vero uomo senza qualità, come George W. Bush, noto per le frasi strampalate e senza senso: un vero burattino.

Obama ha invertito questa rotta, mostrando al paese come l'onore di essere la potenza egemone del mondo debba comportare l'onere di governare la complessità con intelligenza, senso della solidarietà. La tigre imperiale non deve mostrare gli artigli, ma essere sapiente.

Obama, quindi, ha letteralmente trasformato un paese.
Attraverso un approccio multilaterale alle relazioni internazionali, innanzitutto; convinto delle conseguenze nefaste del neoliberismo, con la Voelcker rule, ha varato una riforma del sistema bancario e finanziario; ha rimesso al centro la società rispetto al mercato, con la riforma dell'assistenza sanitaria e con i nuovi programmi per l'istruzione.

E' riuscito a parlare anche a quell'America profonda e, in quegli stati dove prima si blaterava di neocreazionismo, oggi vibra la lingua dei diritti civili e dei matrimoni gay.

L'America che ha votato ancora per Obama è quella parte del paese che crede che questa nuova via, per quanto difficile, sia l'unica via per il futuro del paese.

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