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28 Dicembre Dic 2012 1705 28 dicembre 2012

La strategia antieuropea del Caimano

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Il Caimano, grazie alla tricologia, non perde il pelo e tanto meno i suoi vizi. Fra i quali c'è spararla grossa.


L'ultimo bluff di Berlusconi è stato lanciare Monti alla guida del centro destra dal convegno del Ppe. Un'ipotesi irrealizzabile, perché il rassemblement dei "moderati" a cui il Cavaliere faceva riferimento era in realtà una coalizione di estrema destra, con un pizzico di centro: un nuovo Polo del Buon governo a trazione forzaleghista a cui né Monti né la Lega si sarebbero mai prestati.

Con lo scontato rifiuto del professore a fare da premier a questa formazione, Berlusconi è stato finalmente libero di giocare il ruolo che preferisce: quello del guastatore fascistoide. Ora, può inveire contro il potere plutocratico di Bruxelles, rispolverare l'autarchia, proporre l'abbandono dell'Euro, blandire l'orgoglio nazionale contro i diktat della Merkel, facendosi portavoce degli interessi di quel "capitalismo molecolare" - piccoli imprenditori e commercianti -, che più di altri soffre la competizione, non solo globale, ma anche europea.


Durante le crisi e le fasi di ristrutturazione, infatti, quando i processi di liberalizzazione e globalizzazione dei mercati volti ad efficientare i sistemi economici nella lunga distanza producono subito dei costi sociali che si scaricano sui più deboli, si fa largo la richiesta di istanze protezionistiche, che la destra interpreta in modo autoritario e corporativistico e che sarebbe compito della sinistra governare per tenere insieme sviluppo e solidarietà.


Dopo vent'anni di bugie, Berlusconi è poco credibile, ma potrebbe comunque ottenere quel poco di consenso che gli basta per bloccare il senato, grazie alla Lega, e lasciare il Pd nell'infelice condizione dell'anatra zoppa. Uno stallo che il Pd può superare a patto di aprire alla Lista Monti, sperando, per Bersani, che questo non comporti dover rinunciare alla sua premiership, sancita dalle primarie, ma che potrebbe ridursi ad un semplice desiderata.

Il Pd, d'altronde, si trova nella scomoda situazione di dover pagare caro il senso di responsabilità per il quale, invece di vincere facilmente le elezioni un anno fa, ha aperto la strada a Monti.


Per limitare la rimonta di Berlusconi, comunque, i democrat dovrebbero evitare di farsi appiccicare addosso il ruolo di difensori d'ufficio dell'Europa, spiegando agli elettori che l'aggravarsi della crisi non è determinato dalle scelte di Bruxelles ma piuttosto dalla negazione dello spirito europeista.


Si tratterebbe di una strategia che ridimensionerebbe lo stesso Monti, garante degli assetti europei, e che consentirebbe al Pd di negoziare col Centro da una posizione di forza. Un Pd credibile dovrebbe supportare una propria agenda, non avallare acriticamente quella di Monti.


In questo modo, il Pd compirebbe anche un'operazione verità su cosa sia veramente l'Europa e su come lo stesso fiscal compact ne rappresenti una negazione piuttosto che l'attuazione.


Si è prodotta, infatti, un'immagine distorta dell'Europa - spiace dirlo -, soprattutto a causa di una cattiva pubblicistica "agiografica", pronta a glorificare la Merkel pur di mostrare l'inadeguatezza del Cavaliere. I cittadini sono così giunti a identificare l'Unione con l'austerità, mentre essa è piuttosto il portato di una cattiva leadership tedesca di stampo conservatrice, che si è esercitata non nel nome, ma contro le istituzioni comuni.


Gran parte delle fallaci politiche per uscire dalla crisi, infatti, non sono state indicate né dal Parlamento europeo, né dalla Commissione e neanche dal Consiglio, ma sono state decise da accordi bilaterali, dove la Germania dettava le sue regole. Se non ci fosse stato Monti, e ad un certo punto Hollande, Berlino avrebbe imposto soluzioni anche peggiori, ad esempio non potenziando il Fondo Salva Stati. Tutto questo è stato fatto in spregio all'Europa. La Germania, infatti, ha cocciutamente ignorato le proposte di eurobond e projectbond avanzate dal Parlamento, e le ipotesi di trasformazione della Bce in pagatore in ultima istanza della Commissione.


Lo stesso Fiscal compact, fortemente voluto da Berlino, viola il principio della gerarchia delle fonti del diritto comunitario imponendo, attraverso diritto pattizio, l'obbligo di pareggio del bilancio laddove il Trattato di Lisbona, che è fonte principale, sancisce al 3% del Pil il limite che l'indebitamento non può superare.


L'ultimo schiaffo di Berlino è di pochi giorni fa, con la nuova vigilanza unica bancaria non estesa alle casse di risparmio dei Land tedeschi.


Il Pd, dunque, per evitare un successo forzaleghista al senato, dovrebbe rilanciare lo spirito europeo, non avendo paura di criticare Berlino e l'austerità, e invitando così i cittadini a distinguere fra il proprio vero europeismo, e l'antieuropeismo demagogico e protestatario di Berlusconi e di quanti propongono l'uscita dall'Euro. In questo modo, il Pd potrebbe anche rispondere in modo serio e articolato a tutti quei soggetti, attratti dalle sirene di chi promette dazi e protezionismo, che hanno paura della concorrenza e della globalizzazione solo perché più fragili.

La stessa difesa della "vera" Europa dovrebbe essere portata avanti da quelle forze (Movimento Arancione, Lista Ingroia, ecc.) che criticano l'austerità e propongono misure anticicliche, fra le quali potrebbe esserci la mutualizzazione e la comunitarizzazione del debito.
Un fervore vagamente populista e antieuropeo potrebbe avere l'infelice risultato di gonfiare le vele elettorali dei soggetti più genuinamente antieuropeisti di tutti: Lega e Pdl.

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